Nel nostro paese, a differenza di altri dei quali è meglio tacere il nome, ognuno è libero di vivere la propria vita e la propria scelta sessuale come meglio crede e come meglio ritiene opportuno. E se in forza di tali scelte, qualcuno si dovesse ritrovare dinnanzi ad evidenti ostacoli di varia natura, è dovere delle istituzioni, ma anche dell'intera società, adoperarsi per rimuoverli. Nessuno, tranne qualche imbecille ovviamente, in Italia si sognerebbe mai di privare un omosessuale della possibilità di assistere il proprio compagno o compagna in ospedale o di privarlo di qualsiasi altro "diritto". Rimane comunque una responsabilità di fondo che è impossibile eludere per chiunque: garantire uno sviluppo della società ordinato e secondo leggi naturali.
A proposito di sicurezza reale e insicurezza percepita, c’è qualcosa che mi sfugge. Nel sito web del Ministero dell’Interno viene evidenziato come “dopo l’adozione lo scorso anno dei patti per la sicurezza i delitti nelle città, come è noto, sono drasticamente diminuiti”. Una frase che tranquillizza molto tutti noi. Poi, però, vado a comprare il quotidiano nell’edicola sotto casa. Leggo il titolo di prima pagina: “ Reati aumentati del 9,5%, boom di furti in casa ”, scoprendo anche che nella città dove vivo “crescono le rapine e pure i danneggiamenti e gli incendi. L'unico reato a rimanere invariato è quello delle violenze sessuali. Non è un quadro esaltante, per Modena, quello che emerge dal confronto dell'andamento dei reati denunciati in città nel 2007 rispetto a quelli del 2006”. Scado nuovamente nello sconforto, ma quel che è peggio è che ancor oggi non sono riuscito a capire dove stia l’inghippo. Giacchè anche la spiegazione del sindaco mi ha lasciato perplesso.
Da un film molto popolare di qualche anno fa, Rocky 3, possiamo trarre un suggerimento. Il pugile protagonista del film, dopo aver conquistato il titolo mondiale per la sua eccezionale grinta e umanità, smette di allenarsi con serietà e viene così sonoramente sconfitto. Il suo primo rivale, che nel frattempo gli era divenuto amico, gli rivela il motivo della sua sconfitta: «Non hai più gli occhi di tigre!». Gli propone così di ricominciare da capo. Rocky, dapprima riluttante, lo segue, smette di rimpiangere i tempi che furono e inizia a sottoporsi di nuovo ad allenamenti massacranti. Così, lui, picchiatore, cambia completamente: diventa un pugile agile e, con rinnovati «occhi di tigre», vince l’avversario che l’aveva precedentemente battuto.
L’apologo tratto dal film ben si adatta all’Italia di oggi. Il nostro Paese, distrutto dalla guerra, seppe inserirsi tra i Paesi più sviluppati del mondo, grazie all’intraprendenza, alla creatività, allo spirito di sacrificio dei suoi cittadini. Oggi, dopo aver raggiunto il benessere, non sembra più in grado di affrontare la crisi perché non è disposto a rischiare ciò che ha conquistato per ricominciare da capo. Chi ha vissuto la campagna elettorale nelle piazze, ha visto che molta gente si dimostra delusa e rassegnata e riversa sulla politica tutte le colpe della situazione. Ben diversa appare la situazione degli extracomunitari che vivono in Italia. La voglia di costruire un futuro per loro e i loro famigliari, spesso lontani, li rende pieni di passione e disposti a qualunque sacrificio e voraci verso le occasioni di lavoro che italiani anche bisognosi rifiutano. La fame dà loro gli «occhi di tigre», simili a quelli che avevamo noi anni fa. E allora, da dove ricominciare? Nella nostra tradizione, anche prima del dopoguerra, c’è stato un motivo di impegno ben più forte della stessa fame, che ha reso il nostro popolo appassionato alla realtà e capace di affrontare anche la fame. È stata quella fede cristiana che aiuta a scoprire la bellezza del reale, pur in mezzo a tante difficoltà e contraddizioni, che spinge a valorizzare ogni piccola possibilità per migliorare la propria condizione di vita attraverso il lavoro, che considera unica e irripetibile ogni persona, che apre al sacrificio di se stessi a vantaggio di chi si ama e del proprio popolo. È stata, ancora, quella passione ideale per la giustizia e per il progresso, che ha permesso di costruire condizioni di vita più dignitose. Contrariamente a quanto ripetono gli intellettuali che invocano il definitivo sradicamento dalla nostra storia, solo riprendendo a vivere in modo critico e attuale questa fede o questa passione ideale, possono far rinascere in noi «occhi di tigre» capaci di farci iniziare di nuovo a lottare. Un’educazione a questa posizione umana è ciò che è più urgente: senza di essa poco potrà il desiderio di cambiamento che queste elezioni hanno messo in luce.
© Il Giornale, 18 aprile 2008
... lo saranno la Cina o l'India?
Spiegata così la politica rosa, finisce per diventare davvero una comica.
Per il governo Prodi al peggio non sembra esserci fine. Più si va avanti e più si fanno evidenti e numerosi gli insuccessi da questo accumulati. Gli ultimi due, in ordine di tempo, sono le statistiche sui salari percepiti dagli italiani e quelle sugli incidenti mortali sul lavoro. Le prime indicano l’Italia posizionata al 23° posto tra i paesi dell’area Ocse, con una media di 19.962 dollari, mentre le seconde registrano una impressionante impennata.Il giovane uomo che oggi dirige le televisioni Mediaset, e che si chiama Piersilvio Berlusconi, ha un tratto personale amabile. Dicono che sia bravo e che meriti per intero la sua fortuna. Lo ricordo ragazzo, poi l’ho genericamente perso di vista, ma chi fa vita pubblica è sempre sotto osservazione. Infatti Vanity Fair lo ha sollecitato a parlare del tema del giorno: l’aborto, e con esso di quel che riguarda la visione personale dell’esistenza umana e del modo di viverla. Piersilvio se l’è cavata restituendo al settimanale della Condè Nast un suo ritratto molto ordinario, da uomo comune figlio del proprio tempo. In politica gli piacciono Daniele Capezzone e i radicali, che peraltro si piacciono ormai poco tra di loro, ma fa niente. Le idee radicali ebbero un tratto eroico e solitario, oggi hanno uno charme particolare per i giovani, si portano senza troppe difficoltà, sono scarpe comode. Meno comode le idee dei cattolici, un mondo a parte, una specie di invadente minoranza che resiste alla totalità culturale della nostra epoca. Piersilvio dice che il matrimonio e i figli sono due cose diverse per lui, e in effetti è così per gran parte delle nuove leve. Siamo nell’epoca in cui i figli si fabbricano, a piacere, e si chiamano nelle leggi “prodotto del concepimento”. E il matrimonio non ha più molto senso, se non sia un sacramento religioso: il divorzio ha reso quello civile un po’ ridicolo, il matrimonio omosessuale lo ha ridotto a una parodia grottesca di se stesso, e comunque non usa più tanto. Come il matrimonio, anche l’educazione dei figli è relativizzata. Piersilvio dice che la sua Lucrezia gli è affettuosamente vicina ora che è più grande, perchè ora è un piacere quello stare insieme che prima era solo un dovere. Però un ricordo dell’educazione ricevuta lo accompagna quando, con tenerezza, dice di avere l’impulso di tenere per mano sua madre e suo padre, che rilutta, ogni volta che attraversano insieme la strada. E’ così, resta la gratitudine per il passato, un affetto anche fisico e dolce per chi ti ha educato, meno chiara è l’apertura al futuro. Piersilvio infatti, quanto al futuro dell’umanità dopo un miliardo di aborti consumati nel mondo lungo i suoi trent’anni di vita spigliata e impegnativa, dice di tenere alla libertà della donna e a soluzioni che scongiurino la piaga dell’aborto clandestino, sul resto decide la coscienza. Giusto. Ma Piersilvio non aggiunge un qualche allarme, che invece io sento, per la trasformazione dell’aborto legale in quel che non doveva essere, una contraccezione di massa che si risolve in una strage di innocenti moralmente indifferente. Molto comprensibile questa soave sordità, tipica di una certa Milano moderna, quella delle Invasioni barbariche, tv concorrente. Reagan però aveva notato che tutti quelli che sono per l’aborto hanno il privilegio di essere già nati.
Con la caduta di Romano Prodi sembra che non sia finita appena un’esperienza governativa, con essa pare che sia iniziato il declino del Prodismo. Di questo ne è convinto, tra gli altri, il prof. Angelo Panebianco che, spiegando cos’è il Prodismo, ne descrive la parabola: "Che cosa è stato il prodismo? Prodi e i suoi, quando inventarono l'Ulivo, proposero al Paese un'idea di società e un progetto per il futuro le cui coordinate culturali affondavano in una certa tradizione del cattolicesimo politico. [...] gli ex comunisti identificarono in Prodi, per le sue personali caratteristiche politico- culturali, la sua storia passata e le sue relazioni presenti, l'uomo che avrebbe potuto traghettarli verso la Terra Promessa, là dove il peccato originale sarebbe stato mondato, là dove gli «ex» sarebbero diventati, prima o poi, dei «post»".
A tale analisi, un altro professore, Ernesto Galli Della Loggia, aggiunge: "La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un'importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L'Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l'antiberlusconismo ) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga — come concausa di questa minorità, e sua aggravante — la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell'eredità nasca un'evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici »."
La fucilata mortale che il Corriere ha voluto riservare a Prodi e alla sua infausta esperienza di governo, comunque, rimane senza dubbio l'editoriale del politologo Giovanni Sartori che scrive: “A differenza della prima, questa volta Prodi ha voluto Bertinotti e i suoi nanetti di contorno al governo. Così - immagino abbia pensato - li catturava. E per catturarli ancora meglio ha escogitato un’«officina» non tanto di cervelli ma di spartizione alla Cencelli delle istanze di tutti. Con il bel risultato di impiccare il suo governo alle concessioni che il suo programma di ben 280 pagine aveva fatto ai suoi sinistrini. Questa è una sequela di errori da manuale. […] Io sono contrario a elezioni immediate senza riforma elettorale. Ma non sono contento di scoprire che da qualche giorno anche Prodi la pensa così. Perché non riesco a dimenticare che per gli ultimi 18 mesi il Nostro ha minacciato i suoi con il ritornello: «Se mi fate cadere, tutti alle urne». Da poco Prodi ha lasciato Palazzo Chigi, però “non per tornare a casa - continua Sartori - ma per tornare a tempo pieno al partito a rilanciare «Prodopoli» e a fare le sue vendette. L’eredità delle sue cattive idee sarà purtroppo lunga da smaltire".
Tre editoriali, pubblicati in modo sequenziale, che non solo sconfessano in modo clamoroso l’ormai famoso endorsement di Paolo Mieli, ma pongono pure la parola fine al Prodismo e lo fanno in modo pesante. Decretano, cioè, il fallimento di quella cultura politica azionista e dossettiana di cui Prodi è stato l’espressione politica. “Non è riuscito - secondo Rocco Buttiglione - l’incontro dei cattolici e dei comunisti. Gli azionisti ed i dossettiani erano convinti che nella Resistenza italiana si fosse realizzato un incontro storico dei cattolici, dei comunisti e dei liberali che generava una forma culturale e politica superiore sia al comunismo che alle democrazie occidentali. Questa sintesi superiore imponeva una revisione radicale ed anche una abiura parziale del comunismo tradizionale, del liberalismo tradizionale e del cattolicesimo tradizionale. […] La novità politica avrebbe avuto bisogno, per realizzarsi compiutamente, di una riforma religiosa e teologica”. Riforma che di fatto non c’è stata, nonostante gli sforzi compiuti dagli onorevoli Bindi e Castagnetti per far “comprendere” ai vescovi italiani di essere “teologicamente in ritardo rispetto alla novità non solo politica ma anche religiosa dell’Ulivo”.
L’Italia, quindi, si trova dinnanzi ad una novità politica, culturale e sociale, che ha riverberi di non poco conto anche in campo economico, dalla quale può trarre frutti positivi, per il proprio futuro, solo se prende atto di tale fallimento ideale e da qui riparta “per ripensare fuori da schemi consumati il ruolo dei cattolici, dei liberali ed anche della sinistra riformista nel futuro della democrazia italiana”.