mercoledì, 21 maggio 2008

Una responsabilità di fondo impossibile da eludere

congdon_crocefissoNel nostro paese, a differenza di altri dei quali è meglio tacere il nome, ognuno è libero di vivere la propria vita e la propria scelta sessuale come meglio crede e come meglio ritiene opportuno. E se in forza di tali scelte, qualcuno si dovesse ritrovare dinnanzi ad evidenti ostacoli di varia natura, è dovere delle istituzioni, ma anche dell'intera società, adoperarsi per rimuoverli. Nessuno, tranne qualche imbecille ovviamente, in Italia si sognerebbe mai di privare un omosessuale della possibilità di assistere il proprio compagno o compagna in ospedale o di privarlo di qualsiasi altro "diritto". Rimane comunque una responsabilità di fondo che è impossibile eludere per chiunque: garantire uno sviluppo della società ordinato e secondo leggi naturali.
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categoria: politica, societa, informazione, omosessualità, ideologia

venerdì, 25 aprile 2008

Sicurezza reale e insicurezza percepita

sicurezzaA proposito di sicurezza reale e insicurezza percepita, c’è qualcosa che mi sfugge. Nel sito web del Ministero dell’Interno viene evidenziato come “dopo l’adozione lo scorso anno dei patti per la sicurezza i delitti nelle città, come è noto, sono drasticamente diminuiti”. Una frase che tranquillizza molto tutti noi. Poi, però, vado a comprare il quotidiano nell’edicola sotto casa. Leggo il titolo di prima pagina: “ Reati aumentati del 9,5%, boom di furti in casa ”, scoprendo anche che nella città dove vivo “crescono le rapine e pure i danneggiamenti e gli incendi. L'unico reato a rimanere invariato è quello delle violenze sessuali. Non è un quadro esaltante, per Modena, quello che emerge dal confronto dell'andamento dei reati denunciati in città nel 2007 rispetto a quelli del 2006”. Scado nuovamente nello sconforto, ma quel che è peggio è che ancor oggi non sono riuscito a capire dove stia l’inghippo. Giacchè anche la spiegazione del sindaco mi ha lasciato perplesso.
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categoria: politica, societa

lunedì, 21 aprile 2008

SE CHIRURGIA ESTETICA E FUMO CONTANO PIÙ DELLA REALTÀ…

Non era difficile prevedere la pesante sconfitta del Pd, così come difficile non era prevedere la scomparsa dal Parlamento della sinistra radicale. Chi scrive, su questo blog, aveva già intuito tutto a giugno quando ai “compagni” venne suggerito di divincolarsi il prima possibile dalla stretta mortale di Prodi. Era evidente che il governo guidato dal professore di Scandiano ben presto avrebbe fatto perdere loro credibilità sia come uomini di governo che come leader politici.
Detto fatto. E proprio per questo  non ci convincono le tesi secondo cui la perdita di rappresentanza istituzionale della sinistra-sinistra sia da attribuire ad una legge elettorale sbagliata o al richiamo al voto utile di Veltroni. Queste, semmai, sono delle concause. La pesante sconfitta della sinistra radicale ha ragioni profonde e tutte riconducibili all’assenza di un progetto politico serio e credibile. Una mancanza questa dovuta all’ormai evidente incapacità dei “compagni” di leggere la realtà. C’è di peggio: da qualche tempo essi hanno l’assurda pretesa di plasmare la società secondo un verbo nichilista che spesso e volentieri sfocia in un aggressivo relativismo. Si tratta di una posizione veramente drammatica se si pensa che uno dei pregi ascrivibili a Carlo Marx è proprio quello di aver avuto una spiccata capacità di analisi e comprensione della realtà.
Come si può pretendere che dinnanzi ad una crescente difficoltà delle famiglie ad arrivare a fine mese, si accettino, senza colpo ferire, situazioni nelle quali, in nome di un non meglio definito diritto all’armonizzazione del proprio corpo, onorevoli della Camera dei Deputati si rifanno naso e seno a spese del Servizio Sanitario e per giunta con l’avallo del ministero della Salute? Chi il proprio salario non lo vede aumentare da anni, di sicuro non è contento quando è costretto ad apprendere che la principale preoccupazione dei deputati di Rifondazione è quella di piantare e fumare cannabis alla Camera.
Di fatti come quelli appena descritti se ne potrebbe elencare ancora molti, basti pensare a tutte le problematiche relative all’immigrazione che la sinistra continua ad affrontare con piglio ideologico. Il popolo vuole risposte concrete ai propri bisogni e per questo ha optato per una scelta netta, dimostrando con ciò di essere tutt’altro che stupido.
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categoria: politica, societa, sinistra, elezioni

venerdì, 18 aprile 2008

Solo lo spirito di sacrificio ci permetterà di rialzarci

Caspar_David_Friedrich

Da un film molto popolare di qualche anno fa, Rocky 3, possiamo trarre un suggerimento. Il pugile protagonista del film, dopo aver conquistato il titolo mondiale per la sua eccezionale grinta e umanità, smette di allenarsi con serietà e viene così sonoramente sconfitto. Il suo primo rivale, che nel frattempo gli era divenuto amico, gli rivela il motivo della sua sconfitta: «Non hai più gli occhi di tigre!». Gli propone così di ricominciare da capo. Rocky, dapprima riluttante, lo segue, smette di rimpiangere i tempi che furono e inizia a sottoporsi di nuovo ad allenamenti massacranti. Così, lui, picchiatore, cambia completamente: diventa un pugile agile e, con rinnovati «occhi di tigre», vince l’avversario che l’aveva precedentemente battuto.
L’apologo tratto dal film ben si adatta all’Italia di oggi. Il nostro Paese, distrutto dalla guerra, seppe inserirsi tra i Paesi più sviluppati del mondo, grazie all’intraprendenza, alla creatività, allo spirito di sacrificio dei suoi cittadini. Oggi, dopo aver raggiunto il benessere, non sembra più in grado di affrontare la crisi perché non è disposto a rischiare ciò che ha conquistato per ricominciare da capo. Chi ha vissuto la campagna elettorale nelle piazze, ha visto che molta gente si dimostra delusa e rassegnata e riversa sulla politica tutte le colpe della situazione. Ben diversa appare la situazione degli extracomunitari che vivono in Italia. La voglia di costruire un futuro per loro e i loro famigliari, spesso lontani, li rende pieni di passione e disposti a qualunque sacrificio e voraci verso le occasioni di lavoro che italiani anche bisognosi rifiutano. La fame dà loro gli «occhi di tigre», simili a quelli che avevamo noi anni fa. E allora, da dove ricominciare? Nella nostra tradizione, anche prima del dopoguerra, c’è stato un motivo di impegno ben più forte della stessa fame, che ha reso il nostro popolo appassionato alla realtà e capace di affrontare anche la fame. È stata quella fede cristiana che aiuta a scoprire la bellezza del reale, pur in mezzo a tante difficoltà e contraddizioni, che spinge a valorizzare ogni piccola possibilità per migliorare la propria condizione di vita attraverso il lavoro, che considera unica e irripetibile ogni persona, che apre al sacrificio di se stessi a vantaggio di chi si ama e del proprio popolo. È stata, ancora, quella passione ideale per la giustizia e per il progresso, che ha permesso di costruire condizioni di vita più dignitose. Contrariamente a quanto ripetono gli intellettuali che invocano il definitivo sradicamento dalla nostra storia, solo riprendendo a vivere in modo critico e attuale questa fede o questa passione ideale, possono far rinascere in noi «occhi di tigre» capaci di farci iniziare di nuovo a lottare. Un’educazione a questa posizione umana è ciò che è più urgente: senza di essa poco potrà il desiderio di cambiamento che queste elezioni hanno messo in luce.

© Il Giornale, 18 aprile 2008

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categoria: politica, societa

mercoledì, 02 aprile 2008

Forse...

... lo saranno la Cina o l'India?

Spiegata così la politica rosa, finisce per diventare davvero una comica.

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categoria: societa, ideologia, comicità alle vongole

martedì, 18 marzo 2008

Salari da morire

prodi_faccia_come_culoPer il governo Prodi al peggio non sembra esserci fine. Più si va avanti e più si fanno evidenti e numerosi gli insuccessi da questo accumulati. Gli ultimi due, in ordine di tempo, sono le statistiche sui salari percepiti dagli italiani e quelle sugli incidenti mortali sul lavoro. Le prime indicano l’Italia posizionata al 23° posto tra i paesi dell’area Ocse, con una media di 19.962 dollari, mentre le seconde registrano una impressionante impennata.
Niente di cui meravigliarsi, comunque, se si pensa alle ultime finanziarie e alla recente approvazione dei decreti attuativi sulla Sicurezza sul Lavoro. Con le prime il centrosinistra ha definitivamente dato prova della sua disastrosa politica economica, con i secondi ha creduto che in un minuto e con dei semplici decreti si potessero cancellare anni di dimenticanze e disinteresse.
L’ideologica visione della realtà e l’ostinata volontà controriformatrice, contenute nelle ultime due leggi finanziarie, hanno costretto gli italiani a colmare di tasca propria l’ingente fabbisogno economico creato dal cambio di rotta sulle pensioni e dagli incredibili aumenti contrattuali accordati all’Amministrazione Pubblica. Scelte che hanno spinto il trio Prodi – Schioppa – Visco ad aumentare in modo indiscriminato le tasse - anche per i redditi attorno ai 30.000 euro lordi l'anno - mettendo in seria difficoltà l’equilibrio finanziario di molte famiglie che, proprio per questo, faticano ad arrivare a fine mese.
Per quanto riguarda la sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, invece, anche qui il drammatico numero di morti, registrato negli ultimi tempi, non lascia scampo al governo uscente. Le statistiche riportate dai vari quotidiani al riguardo sono chiare: nel periodo compreso tra il 2001 e il 2006 gli incedenti mortali hanno avuto una flessione del 20% (circa 300 morti in meno), mentre dal 2007 a oggi c’è stata una netta inversione di tendenza dell'ordine di circa cento unità in più all'anno. Evidentemente le misure di sorveglianza e prevenzione imposte dal governo di centrodestra sono risultate più efficaci di quelle adottate dal centrosinistra. C’è da dire inoltre che per il futuro su tale fronte c’è da aspettarsi numeri ancor peggiori, visto il contenuto dei recenti decreti attuativi sulla Sicurezza sul Lavoro concepiti e varati al solo scopo di punire le imprese.
Affrontare una questione di così delicata importanza incentrandola tutta sulla repressione e l’enfatizzazione delle colpe e dei mancati adempimenti è davvero diabolico. Prima di prendere qualsiasi decisione molto meglio sarebbe stato riflettere su come è possibile premiare e monetizzare il rischio e se e come tutti coloro coinvolti nei processi produttivi aziendali mettono in pratica o meno le norme previste dalle leggi sulla sicurezza. Con le idee chiare su tali questioni poi ci si poteva chiedere: quali strategie è possibile adottare affinché nelle aziende da una cultura dell’imposizione si possa passare ad una cultura della prevenzione e dell’opportunità? Procedere in questo modo avrebbe sicuramente favorito l’ideazione di meccanismi utili a premiare le aziende virtuose sul piano dell’antinfortunistica, della prevenzione e della formazione dei propri dipendenti e a sanzionare tutte le altre. Ma a sinistra, come giustamente hanno sottolineato i confindustriali, ancora si fatica a comprendere come la repressione finora non abbia mai funzionato.
Sulle tematiche richiamate, salari bassi e sicurezza sul lavoro, sarebbe opportuno un approccio diverso. Come ha ricordato il card. Bagnasco, nell’ultima prolusione del consiglio permanente della Cei, è “necessario uscire dall’individualismo, dal pensare egoisticamente solo a se stessi e alla propria categoria nella dimenticanza di tutti gli altri […], abbandonando una politica troppo politicizzata, per restituire alla stessa uno spessore etico” che facendo da collante per l’intera società l’aiuti ad affrontare e risolvere le questioni che l’affliggono.
Il problema della “spesa” e della sicurezza dei lavoratori sono strettamente connessi l’uno all’altro ed entrambi attengono all’ontologia e alla dignità umana: lavorare senza poter usufruire appieno dei frutti del proprio lavoro o morire proprio mentre si compie il gesto che più accomuna l’uomo al Creatore è quanto di più squalificante l’umano possa esserci e certamente non è degno di un paese che si reputa civile.
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categoria: politica, societa, lavoro, sinistra, prodismo

mercoledì, 12 marzo 2008

tutti quelli che sono per l’aborto hanno il privilegio di essere già nati

Il giovane uomo che oggi dirige le televisioni Mediaset, e che si chiama Piersilvio Berlusconi, ha un tratto personale amabile. Dicono che sia bravo e che meriti per intero la sua fortuna. Lo ricordo ragazzo, poi l’ho genericamente perso di vista, ma chi fa vita pubblica è sempre sotto osservazione. Infatti Vanity Fair lo ha sollecitato a parlare del tema del giorno: l’aborto, e con esso di quel che riguarda la visione personale dell’esistenza umana e del modo di viverla. Piersilvio se l’è cavata restituendo al settimanale della Condè Nast un suo ritratto molto ordinario, da uomo comune figlio del proprio tempo. In politica gli piacciono Daniele Capezzone e i radicali, che peraltro si piacciono ormai poco tra di loro, ma fa niente. Le idee radicali ebbero un tratto eroico e solitario, oggi hanno uno charme particolare per i giovani, si portano senza troppe difficoltà, sono scarpe comode. Meno comode le idee dei cattolici, un mondo a parte, una specie di invadente minoranza che resiste alla totalità culturale della nostra epoca. Piersilvio dice che il matrimonio e i figli sono due cose diverse per lui, e in effetti è così per gran parte delle nuove leve. Siamo nell’epoca in cui i figli si fabbricano, a piacere, e si chiamano nelle leggi “prodotto del concepimento”. E il matrimonio non ha più molto senso, se non sia un sacramento religioso: il divorzio ha reso quello civile un po’ ridicolo, il matrimonio omosessuale lo ha ridotto a una parodia grottesca di se stesso, e comunque non usa più tanto. Come il matrimonio, anche l’educazione dei figli è relativizzata. Piersilvio dice che la sua Lucrezia gli è affettuosamente vicina ora che è più grande, perchè ora è un piacere quello stare insieme che prima era solo un dovere. Però un ricordo dell’educazione ricevuta lo accompagna quando, con tenerezza, dice di avere l’impulso di tenere per mano sua madre e suo padre, che rilutta, ogni volta che attraversano insieme la strada. E’ così, resta la gratitudine per il passato, un affetto anche fisico e dolce per chi ti ha educato, meno chiara è l’apertura al futuro. Piersilvio infatti, quanto al futuro dell’umanità dopo un miliardo di aborti consumati nel mondo lungo i suoi trent’anni di vita spigliata e impegnativa, dice di tenere alla libertà della donna e a soluzioni che scongiurino la piaga dell’aborto clandestino, sul resto decide la coscienza. Giusto. Ma Piersilvio non aggiunge un qualche allarme, che invece io sento, per la trasformazione dell’aborto legale in quel che non doveva essere, una contraccezione di massa che si risolve in una strage di innocenti moralmente indifferente. Molto comprensibile questa soave sordità, tipica di una certa Milano moderna, quella delle Invasioni barbariche, tv concorrente. Reagan però aveva notato che tutti quelli che sono per l’aborto hanno il privilegio di essere già nati.

© Il Foglio, 12 marzo 2008

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categoria: politica, societa, aborto

lunedì, 25 febbraio 2008

ANCHE CON VELTRONI LA SINISTRA RIMANE UGUALE A SE STESSA

La settimana che ci siamo lasciati alle spalle si è caratterizzata per alcuni importanti fatti che sicuramente avranno ripercussioni di non poco conto anche in futuro: basti pensare alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo o all’accordo elettorale raggiunto tra il Partito radicale e il PD. Anche altri eventi, non meno importanti di quelli appena citati, si sono svolti la settimana scorsa e uno di questi è sicuramente la polemica nata tra il prof. Luca Ricolfi e Romano Prodi.
A dar vita alla controversia tra i due è stato il presidente del Consiglio uscente che ha usato toni al limite dell’intimidazione mafiosa e sicuramente poco rispettosi nei confronti dell’editorialista de La Stampa. La colpa attribuita a questi è quella di aver snocciolato tutt’una serie di dati economici che hanno messo in seria discussione l’efficacia dell’azione di Prodi nei confronti del risanamento dei conti pubblici e della lotta all’evasione fiscale. “La cifra di (almeno) 20 miliardi recuperati” con la lotta all’evasione, infatti, oltre ad essere altamente controversa, sarebbe frutto di meri giochetti contabili tanto da essere messa “in dubbio da vari analisti e centri di studio indipendenti. Per il 2006 – scrive Ricolfi -, unico anno per il quale si dispone già di dati completi, non è nemmeno certo che esista un effetto-Visco (la mia miglior stima fornisce un recupero di evasione di appena 1,7 miliardi). Quel che in compenso è certo è che il governo Prodi ha sempre tenuto basse le previsioni sulle entrate fiscali, e proprio grazie a questo artificio contabile ha fatto emergere i vari «tesoretti»". «Tesoretti» che il Governo avrebbe potuto impegnare nella riduzione delle tasse, ma che ha preferito dissipare in mille rivoli di spesa clientelare come dimostrano il Dl 81 e il Dl 159 contenuti nella Finanziaria 2008.
A tali osservazioni Prodi ha risposto, sotto forma di lettera inviata al direttore del quotidiano torinese, scrivendo che la “stima del recupero di evasione per oltre 20 miliardi di euro è robusta ed ampiamente documentata dai documenti ufficiali presentati dal governo al Parlamento. A sostegno della credibilità della stima è l’andamento dell’elasticità delle entrate tributarie al Pil”.
Tale precisazione non convince Ricolfi, primo perché i “documenti ufficiali presentati dal Governo al Parlamento” non rappresentano “una fonte indipendente e poi perchè – avendo letto i documenti cui Prodi si riferisce – non posso non rilevare che essi non superano i normali test di un rapporto scientifico, primo fra tutti la completa riproducibilità dei passaggi che generano i risultati”. In merito all’“andamento dell’elasticità delle entrate tributarie rispetto al Pil”, scrive ancora Ricolfi sulla rivista Polena, si tratta di un “argomento più curioso che convincente” poichè “la crescita dell’elasticità del gettito, di per sé, non prova assolutamente nulla, perché può essere dovuta ai motivi più disparati: al buon andamento dell’economia, all’aumento delle tasse (anche a parità di aliquote, per semplice “manutenzione” della base imponibile), perché il governo vara misure una tantum. […] Non ci vuole molta fantasia, invece, a immaginare perché l’elasticità potesse situarsi al di sotto dell’unità nel periodo 2001-2005: l’economia andava male e – forse Prodi lo ha dimenticato – Berlusconi riduceva le aliquote. Considerazioni analoghe valgono per i dati di Prodi sull’elasticità del gettito dell’Iva da scambi interni rispetto ai consumi”.
Le precisazioni di Prodi, dunque, non hanno affatto sortito l’effetto sperato, anzi hanno ancor di più convinto il prof. Ricolfi, e con esso i lettori de La Stampa, della bontà del punto centrale della sua analisi: “Il governo Prodi ha perso un'occasione d'oro per correggere in modo apprezzabile i conti pubblici, e lascia un'eredità difficile al governo che verrà.
Lo scontro tra i due professori, comunque, indica chiaramente come a sinistra, anche con Veltroni, la cultura rimane quella di sempre: “Chiusa anche quando predica il dialogo, arrogante anche quando è gentile, resistente ai fatti anche quando è colta”.
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categoria: politica, societa, sinistra, prodismo, veltroni

sabato, 02 febbraio 2008

La parabola del "Prodismo"

Prodi_centauroCon la caduta di Romano Prodi sembra che non sia finita appena un’esperienza governativa, con essa pare che sia iniziato il declino del Prodismo. Di questo ne è convinto, tra gli altri, il prof. Angelo Panebianco che, spiegando cos’è il Prodismo, ne descrive la parabola: "Che cosa è stato il prodismo? Prodi e i suoi, quando inventarono l'Ulivo, proposero al Paese un'idea di società e un progetto per il futuro le cui coordinate culturali affondavano in una certa tradizione del cattolicesimo politico. [...] gli ex comunisti identificarono in Prodi, per le sue personali caratteristiche politico- culturali, la sua storia passata e le sue relazioni presenti, l'uomo che avrebbe potuto traghettarli verso la Terra Promessa, là dove il peccato originale sarebbe stato mondato, là dove gli «ex» sarebbero diventati, prima o poi, dei «post»".

A tale analisi, un altro professore, Ernesto Galli Della Loggia, aggiunge: "La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un'importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L'Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l'antiberlusconismo ) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga — come concausa di questa minorità, e sua aggravante — la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell'eredità nasca un'evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici »."

La fucilata mortale che il Corriere ha voluto riservare a Prodi e alla sua infausta esperienza di governo, comunque, rimane senza dubbio l'editoriale del politologo Giovanni Sartori che scrive: “A differenza della prima, questa volta Prodi ha voluto Bertinotti e i suoi nanetti di contorno al governo. Così - immagino abbia pensato - li catturava. E per catturarli ancora meglio ha escogitato un’«officina» non tanto di cervelli ma di spartizione alla Cencelli delle istanze di tutti. Con il bel risultato di impiccare il suo governo alle concessioni che il suo programma di ben 280 pagine aveva fatto ai suoi sinistrini. Questa è una sequela di errori da manuale. […] Io sono contrario a elezioni immediate senza riforma elettorale. Ma non sono contento di scoprire che da qualche giorno anche Prodi la pensa così. Perché non riesco a dimenticare che per gli ultimi 18 mesi il Nostro ha minacciato i suoi con il ritornello: «Se mi fate cadere, tutti alle urne». Da poco Prodi ha lasciato Palazzo Chigi, però “non per tornare a casa - continua Sartori - ma per tornare a tempo pieno al partito a rilanciare «Prodopoli» e a fare le sue vendette. L’eredità delle sue cattive idee sarà purtroppo lunga da smaltire".

Tre editoriali, pubblicati in modo sequenziale, che non solo sconfessano in modo clamoroso l’ormai famoso endorsement di Paolo Mieli, ma pongono pure la parola fine al Prodismo e lo fanno in modo pesante. Decretano, cioè, il fallimento di quella cultura politica azionista e dossettiana di cui Prodi è stato l’espressione politica. “Non è riuscito - secondo Rocco Buttiglione - l’incontro dei cattolici e dei comunisti. Gli azionisti ed i dossettiani erano convinti che nella Resistenza italiana si fosse realizzato un incontro storico dei cattolici, dei comunisti e dei liberali che generava una forma culturale e politica superiore sia al comunismo che alle democrazie occidentali. Questa sintesi superiore imponeva una revisione radicale ed anche una abiura parziale del comunismo tradizionale, del liberalismo tradizionale e del cattolicesimo tradizionale. […] La novità politica avrebbe avuto bisogno, per realizzarsi compiutamente, di una riforma religiosa e teologica”. Riforma che di fatto non c’è stata, nonostante gli sforzi compiuti dagli onorevoli Bindi e Castagnetti per far “comprendere” ai vescovi italiani di essere “teologicamente in ritardo rispetto alla novità non solo politica ma anche religiosa dell’Ulivo”.

L’Italia, quindi, si trova dinnanzi ad una novità politica, culturale e sociale, che ha riverberi di non poco conto anche in campo economico, dalla quale può trarre frutti positivi, per il proprio futuro, solo se prende atto di tale fallimento ideale e da qui riparta “per ripensare fuori da schemi consumati il ruolo dei cattolici, dei liberali ed anche della sinistra riformista nel futuro della democrazia italiana”.

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categoria: politica, societa, cattolici, unione, prodismo

lunedì, 28 gennaio 2008

IL VERO PROBLEMA DEL NOSTRO PAESE

La realtà è testarda e così, forse nell’intento di ammonire la gente di dura cervice, dieci anni dopo il copione si ripete ed esattamente come allora il Paese tira un sospiro di sollievo. Protagonista, ancora una volta, è quel Prodi che, tra il ’96 e il ’98, non esitò un attimo a mettere economicamente in ginocchio il paese, quando si trattò di farlo entrare nell’area euro, e che oggi, con la caparbietà che lo contraddistingue, lo ha voluto letteralmente soffocare con uno spropositato e insostenibile aumento delle tasse.
Venti mesi (sembra incapace ad andare oltre il professore), dall’aprile 2006 ad oggi, di totale caos politico e sociale che ha visto il più affollato governo (ben 102 tra ministri e sottosegretari) raggiungere il minimo storico di consensi presso l’opinione pubblica, tanto da divenire, a destra così come a sinistra, il più contestato che la storia repubblicana ricordi. Un governo che è entrato in contrasto con il Paese su tutto, dalle questioni eticamente sensibili a quelle economiche, facendo sì che si raggiungessero livelli di scontro come mai prima si erano registrati e causando il moltiplicarsi di episodi d’intolleranza. L’esplodere dell’emergenza rifiuti in Campania, poi, ha definitivamente assestato un duro colpo alla credibilità e all’immagine dell’Italia nel mondo, tant’è che l’autorevole Financial Times pochi giorni fa ha scritto che “l’Italia ha la peggiore classe politica”.
Le cause di tale disastro, coma ha ben evidenziato Il Foglio, sono la risultanza dell’incapacità di governo evidenziata da Prodi alla cui base c’è un’azione di logoramento che negando la sostanza dei problemi punta a farli marcire in una indistinta marmellata presentata come soluzione tecnica.
Quella che si è aperta la scorsa settimana è una crisi politica molto delicata, ma il problema dell’Italia non è esclusivamente la legge elettorale, come vogliono farci credere: il problema del nostro Paese, nel particolare momento storico che stiamo vivendo, si chiama “emergenza educativa”: un potere che cessa di diventare servizio, risposta ai problemi e ai bisogni della gente diventa inevitabilmente un potere autoreferenziale e come tutti i poteri autoreferenziali si pone solo ed esclusivamente il problema della propria sopravvivenza facendo divenire scopo ultimo dell’agire di chi si impegna in politica il proprio tornaconto e prestigio personale.
Non abbiamo bisogno di questo tipo di politica, vogliamo persone che sappiano farsi carico dei problemi e che sappiano aiutare tutti noi a sviluppare e a far produrre, in modo libero e secondo il singolo temperamento, i talenti di cui disponiamo.
Questo chiediamo al prossimo Governo: speriamo solo che finalmente sappia realizzarlo!
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Appello al pres. della Rai

Dal momento che la sua televisione degrada l'ammnistrazione della giustizia penale ad uso demagogigo e politico; vista la tendenza ad eseguire processi sommari, anche in assenza dell'imputato; constatata una evidente e sistematica propensione allo scandalismo diffamatorio in funzione degli ascolti

i sottoscritti firmatari chiedono che il giornalista Michele Santoro sia immediatamente rispedito a Strasburgo, e oltre.

Giuliano Ferrara, Andrea Marcenaro, Annalena Benini, Nicoletta Tiliacos, Stefano Di Michele, Ubaldo Casotto, Daniele Bellasio, Luigi De Biase, Claudio Cerasa, Giorgio Dell'Arti, Christian Rocca, Maurizio Crippa, Cristina Giudici, Sandro Fusina, Carlo Rossella, Lanfranco Pace

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