di Paolo Guzzanti
Scena: il Parlamento madrileno, le Cortes. Zapatero siede sui banchi del governo. Due commessi fanno entrare un uomo con la faccia da impiegato. Si siede, ma lo fanno rialzare: «Stia pure in piedi, davanti alle Cortes Generales», dice Zapatero.
Cinque deputati dell’apposita commissione cominciano a interrogarlo e lo fanno sudare. Lui compulsa carte, spiega, nega, si riprende, si fa riprendere. Che cosa succede? Succede che il Parlamento spagnolo ha chiesto conto a un magistrato del suo operato e ha voluto verificare la sua subordinazione alla suprema autorità delle Cortes. Nei palchi, belle spagnole si fanno vento con grandi ventagli e una di loro lancia un fiore al primo ministro: «Viva Zapatero!».
Un sogno? No. La Spagna di Zapatero, dopo aver sorpreso l’Europa con una politica energica contro gli immigrati illegali e clandestini contro i quali ha fatto intervenire i brutti ceffi del Terceiro de Estranjeros è decisa a far funzionare il principio secondo cui soltanto il Parlamento detiene il potere, l’unico potere che esiste in una democrazia parlamentare elettiva, mentre i giudici sono soltanto una parte dell’apparato impiegatizio dello Stato che in nome e per conto delle Cortes, rispettosamente, applica le leggi. Un sogno? Sì, un sogno spagnolo.
E in Italia? Oh, l’Italia, come ha ricordato Cossiga in Senato, è l’unico Paese in cui la sinistra si batta per il primato dei giudici sul Parlamento che la sinistra italiana vorrebbe – possibilmente – in galera. Anche nella Francia controrivoluzionari a l’aristocrazia voleva i deputati in ceppi e i giudici in trionfo: ovunque siano esistite parrucche, reazionari col codino e controrivoluzionari , là i giudici sono stati portati in trionfo e gli eletti dal popolo in galera. La sinistra italiana non è soltanto arretrata: è reazionaria. Non sveliamole in un sol colpo quanto è fascista, altrimenti si arrabbia.
In Italia e soltanto in Italia un giudice può dire: «Io al primo ministro gli faccio un c... così, gli do sei anni e poi voglio vedere come governa». In Spagna un tal giudice, anzi giudichessa, sarebbe appesa per i pollici davanti alle Cortes Generales e ancora starebbe lì balbettando, implorando, sapendo di essere perduta per sempre.
Ma questa invece è l’Italia, e questa la sinistra italiana, che non discende dall’illuminismo ma dall’albero, rompendosi le noci di cocco sulla testa e sognando la democrazia in manette.
Tratto da Il Giornale del 27 giugno 2008
Chissà ora la sinistra cosa s’inventerà per giustificare l’imponente, schiacciante e incontrovertibile sconfitta elettorale rimediata in Sicilia. Nella regione più a sud d’Italia, dopo l’ultima tornata elettorale, non c’è più provincia, città, paese o quartiere che non sia stato conquistato o non abbia premiato il centrodestra. Persino provincie notoriamente più propense ad un voto di sinistra, quali Enna e Caltanissetta, sono passate di mano. Quel che è peggio, però, sono le cifre che hanno determinato un simile tracollo. Sulla sinistra si è abbattuta una vera e propria valanga che ha assunto le sembianze di un vero e proprio dramma. Le cifre parlano chiaro e per definirle non si può usare altro aggettivo che non sia quello di “bulgare”: da una lato, infatti, il centrodestra viaggia su percentuali che si attestano attorno all’80%, mentre dall’altro il centrosinistra addirittura fatica a superare il 20%.
I motivi che hanno portato ad un centrodestra che dovrà anche essere opposizione di se stesso sono tanti, ma tutti riconducibili ad una semplice osservazione: la sinistra, nell’immaginario comune italiano e ancor di più in quello siciliano, viene ormai percepita come una forza non più in grado di affrontare e risolvere i problemi che affliggono da lungo tempo il sistema paese. Il suo rinchiudersi nei salotti radical-chic, dove di tutto si discute tranne dei problemi che maggiormente preoccupano la gente comune, viene inteso come un distacco dalla realtà che addirittura finisce per nuocere al bene di tutti.
Rimanendo nella specificità siciliana, è davvero da ottusi continuare a proporre triti e ritriti schemi di contrapposizione mafia - antimafia quando tutti gli indicatori economici evidenziano un costante allontanamento dell’isola e del Sud dal resto del paese. Come si fa, ancor oggi, ad additare la criminalità organizzata come unica responsabile del mancato sviluppo del Meridione e non rendersi conto che, così facendo, si minano alle fondamenta l’autorità e l’autorevolezza dello Stato? Dire che le infrastrutture, delle quali la Sicilia ha urgente bisogno, non si possono costruire per evitare infiltrazioni mafiose negli appalti è come dire: affamiamo i Siciliani, tutti i Siciliani, sino alla morte così siamo sicuri di sconfiggere la mafia. Questo modo di intendere la realtà è davvero da matti se si pensa che il nostro è un frangente storico che nuovamente vede migliaia di persone, giovani e meno giovani, abbandonare, ogni anno, le proprie città d’origine per andare a cercare luoghi dove vivere una vita più dignitosa.
Stando così le cose non si commette errore se si afferma che il regresso economico e sociale che sta interessando anche la Sicilia abbia avuto la propria genesi nel periodo in cui nell’isola si vaneggiava di presunte “primavere” politiche.
Primavera politica che sembrava arrivata anche a Messina e che invece ha dovuto cedere il passo ad un’estate giunta in anticipo. Il risultato messinese non fa altro che confermare la tendenza a relegare la sinistra in un ghetto. Lo dimostra la performance provinciale, dove per numero di voti il candidato del centrosinistra avrebbe sfigurato anche presentandosi per le circoscrizioni, e la sonora batosta rimediata dal sindaco uscente, nonché segretario regionale del Pd, Francantonio Genovese sconfitto al primo turno da Giuseppe Buzzanca. Per quanto riguarda il primo, si può solo dire che l’arroganza mischiata ad un avvilente immobilismo in politica non pagano. Del resto, se, a poco più di due anni dalla sua elezione a sindaco, i cittadini hanno deciso di non riconfermarlo per tale carica un motivo ci dovrà pure essere; se, nonostante la valanga di quattrini spesi, Genovese non ha ottenuto il risultato sperato, il motivo non può solo essere l’ottusità dei Messinesi che non hanno compreso il suo messaggio. L’aver partecipato alle marce contro il ponte sullo Stretto, non aver aperto becco quando la Camera, nella scorsa legislatura, ne ha di fatto bloccato la costruzione, le continue dichiarazioni contro di esso pronunciate dall’ex ministro Bianchi, che è anche ex consulente della Caronte Tourist, la società di traghettamento privata di cui Genovese è azionista, forse mediaticamente hanno reso un’immagine gravata da un pesante conflitto d’interesse. Rinunciare in modo così clamoroso a dei finanziamenti già stanziati senza nulla chiedere in cambio, avranno sì permesso alla sua società di continuare indisturbata e in regime di monopolio a fornire un sempre più scadente servizio di trasporto sullo Stretto, ma ai Messinesi, che in numero sempre crescente faticano ad arrivare alla fine del mese, non deve essere sembrata una mossa tanto astuta e i risultati si vedono.
Continui pure, quindi, la sinistra a occuparsi di astruse banalità e dei presunti conflitti di interessi altrui, il centrodestra invece dimostri che la fiducia che il popolo gli ha accordato non verrà delusa.
Poco più di due anni fa Prodi vinse le elezioni e noi non stappammo nemmeno la bottiglia più economica ancorchè maggiormente intonata cioè quella di lambrusco. Non ché fossimo particolarmente tristi. Ci pareva non avesse tanto vinto e che fosse tanto meglio guardare in faccia la realtà del pareggio a scanso di grossi guai per tutti noi. Più non capivamo, più eravamo costretti a ripeterci e più ancora cresceva la nostra fama di Berlusconiani. Incorreggibili. Oggi che le responsabilità sono tutte di Prodi, e tanto deve dannarsi per rimediare il povero e incolpevole Veltroni, non ci sembra tanto giusto che dal PD nessuno più inviti il Professore, fosse anche a presidiare il Gazebo in Piazza Maggiore nella pausa pranzo. Tantissimi italiani lo hanno prima incoronato con le primarie, poi votato alla presidenza del consiglio e infine dimenticato nel portaombrelli. Incorreggibili. Nessuno lo conosceva più e solo la Bindi continua ancora a sostenerlo e a lodarlo. Incorreggibile pure lei.
Per il governo Prodi al peggio non sembra esserci fine. Più si va avanti e più si fanno evidenti e numerosi gli insuccessi da questo accumulati. Gli ultimi due, in ordine di tempo, sono le statistiche sui salari percepiti dagli italiani e quelle sugli incidenti mortali sul lavoro. Le prime indicano l’Italia posizionata al 23° posto tra i paesi dell’area Ocse, con una media di 19.962 dollari, mentre le seconde registrano una impressionante impennata.
Abbiamo scherzato! E sì, sembra dire proprio questo Veltroni agli italiani dopo che per settimane aveva detto e ridetto che il suo PD, alle urne, si sarebbe presentato da solo tentando così di esprimere una vocazione maggioritaria. “La gente vuole semplificare, vuole chiarezza e io voglio dargliela” aveva detto e noi, forse ingenuamente, c’avevamo quasi creduto. Beh, forse è il caso di risvegliarsi da questo sogno perché la semplificazione, a parte l’inevitabile esclusione della estrema sinistra, è più nelle parole più che nei fatti, mentre la chiarezza della proposta politica risulta di là da venire. Anche se dalle ultime scelte di Veltroni qualcosa inizia a trasparire circa la connotazione che si intende dare al PD.
Uno degli editorialisti italiani più in gamba e preparati è sicuramente Luca Ricolfi: molto ben documentato e preciso nei giudizi e nei dati che fornisce.
Nel suo ultimo editoriale pubblicato su La Stampa, a esempio, che ha per titolo "Elezioni e promesse dei leader", egli indica un criterio abbastanza semplice per la scelta che ognuno di noi dovrà fare alle prossime elezioni: "C'è una cosa che può aiutarci a capire se un programma è credibile oppure non lo è: la sincerità con cui ci racconta il nostro passato e il nostro presente".
Partendo da questo assunto Ricolfi (che ricordo essere uomo e elettore di sinistra) nel proseguio del suo articolo riesce a dedicare solo 9 righe a Berlusconi e ben 31 a Veltroni. E proprio riferendosi a quest'ultimo e al programma del PD - che prevede la riduzione delle tasse e l'aumento dei salari grazie alla lotta vittoriosa che "il governo Prodi ha condotto contro l’evasione fiscale (almeno 20 miliardi di gettito recuperati, secondo il governo uscente)" - Ricolfi scrive: "Peccato che questa ricostruzione del nostro passato recente non sia compatibile con quel che si sa dell’andamento dell’economia negli ultimi due anni. Vediamo perché. Lotta all’evasione. La cifra di (almeno) 20 miliardi recuperati è altamente controversa, ed è stata messa in dubbio da vari analisti e centri di studio indipendenti. Per il 2006, unico anno per il quale si dispone già di dati completi, non è nemmeno certo che esista un effetto-Visco (la mia miglior stima fornisce un recupero di evasione di appena 1,7 miliardi). Quel che in compenso è certo è che il governo Prodi ha sempre tenuto basse le previsioni sulle entrate fiscali, e proprio grazie a questo artificio contabile ha fatto emergere i vari «tesoretti»".
Sull'uso dell’extragettito e sull'attuale situazione in cui si ritrova il nostro paese si rimanda alla completa lettura dell'articolo di Ricolfi, qui basti sottolineare che più chiaro di così, rispetto alle prossime elezioni, l'editorialista de La Stampa non poteva essere, anche perchè dopo c'è solo l'esplicita indicazione di voto. "Il governo Prodi, infatti, consegna all’Italia una situazione nella quale non c’è più alcun extragettito da spendere e, se anche qualche risorsa dovesse mai spuntar fuori, verrebbe immediatamente bruciata per coprire i 7-8 miliardi di spese non messi a bilancio dalla Finanziaria 2008. Capisco che Veltroni sia così gentile da non voler vedere questa triste eredità, ma se si vuol essere nuovi bisogna esserlo anche sulle cose che contano: non basta mettere i giovani in lista, occorre anche cominciare a dire la verità".