Poco più di due anni fa Prodi vinse le elezioni e noi non stappammo nemmeno la bottiglia più economica ancorchè maggiormente intonata cioè quella di lambrusco. Non ché fossimo particolarmente tristi. Ci pareva non avesse tanto vinto e che fosse tanto meglio guardare in faccia la realtà del pareggio a scanso di grossi guai per tutti noi. Più non capivamo, più eravamo costretti a ripeterci e più ancora cresceva la nostra fama di Berlusconiani. Incorreggibili. Oggi che le responsabilità sono tutte di Prodi, e tanto deve dannarsi per rimediare il povero e incolpevole Veltroni, non ci sembra tanto giusto che dal PD nessuno più inviti il Professore, fosse anche a presidiare il Gazebo in Piazza Maggiore nella pausa pranzo. Tantissimi italiani lo hanno prima incoronato con le primarie, poi votato alla presidenza del consiglio e infine dimenticato nel portaombrelli. Incorreggibili. Nessuno lo conosceva più e solo la Bindi continua ancora a sostenerlo e a lodarlo. Incorreggibile pure lei.
Suvvia, siamo onesti!
Il merito della vittoria di Berlusconi è tutto di Prodi.
Grazie alla sua azione di Governo popolare, responsabile, intelligente e perspicace, da vero "cristiano adulto", la nostra Italia si è disfatta in un colpo solo dei Comunisti, ha riavuto Berlusconi come Capo del Governo, ha portato ai massimi storici la Lega e ridotto drasticamente il numero dei partiti politici.
Complimenti, Professore!
Un vero colpo da maestro.
La Madonna di San Luca è apparsa in sogno al Professor Prodi e gli ha suggerito tutto questo, assicurandogli in cambio giorni felici da nonno.
Così almeno si vocifera a Bologna.
L'illustre ex Professore universitario, ex Presidente dell'IRI, ex Presidente del Consiglio, ex Presidente della Commissione Europea ha inteso in questo modo sciogliere un voto al suo mentore e maestro Giuseppe Dossetti.
"Vedrai - disse in ginocchio davanti alla sua immaginetta - porterò a compimento il tuo progetto di rinnovamento della società italiana".
Promessa mantenuta, Signor Presidente!
Ora le resta da liberare Bologna, Firenze, Perugia e Ancona.
Bazzecole per uno che ha compiuto un simile capolavoro.
Grazie, egregio Professore.
AD MAJORA.
AD MULTOS ANNOS.
Ed ora cosa ne dice di andare anche a liberare la Russia di Putin? E poi la Cina, la Cambogia, il Vietnam, la Thailandia, la Birmania e tutta l'Africa subsahariana...
Ma chi era Gesù?
Lei è il vero Cristo! Colui che doveva venire!
Post liberamente tratto dal blog Ceccus
Per il governo Prodi al peggio non sembra esserci fine. Più si va avanti e più si fanno evidenti e numerosi gli insuccessi da questo accumulati. Gli ultimi due, in ordine di tempo, sono le statistiche sui salari percepiti dagli italiani e quelle sugli incidenti mortali sul lavoro. Le prime indicano l’Italia posizionata al 23° posto tra i paesi dell’area Ocse, con una media di 19.962 dollari, mentre le seconde registrano una impressionante impennata.
Uno degli editorialisti italiani più in gamba e preparati è sicuramente Luca Ricolfi: molto ben documentato e preciso nei giudizi e nei dati che fornisce.
Nel suo ultimo editoriale pubblicato su La Stampa, a esempio, che ha per titolo "Elezioni e promesse dei leader", egli indica un criterio abbastanza semplice per la scelta che ognuno di noi dovrà fare alle prossime elezioni: "C'è una cosa che può aiutarci a capire se un programma è credibile oppure non lo è: la sincerità con cui ci racconta il nostro passato e il nostro presente".
Partendo da questo assunto Ricolfi (che ricordo essere uomo e elettore di sinistra) nel proseguio del suo articolo riesce a dedicare solo 9 righe a Berlusconi e ben 31 a Veltroni. E proprio riferendosi a quest'ultimo e al programma del PD - che prevede la riduzione delle tasse e l'aumento dei salari grazie alla lotta vittoriosa che "il governo Prodi ha condotto contro l’evasione fiscale (almeno 20 miliardi di gettito recuperati, secondo il governo uscente)" - Ricolfi scrive: "Peccato che questa ricostruzione del nostro passato recente non sia compatibile con quel che si sa dell’andamento dell’economia negli ultimi due anni. Vediamo perché. Lotta all’evasione. La cifra di (almeno) 20 miliardi recuperati è altamente controversa, ed è stata messa in dubbio da vari analisti e centri di studio indipendenti. Per il 2006, unico anno per il quale si dispone già di dati completi, non è nemmeno certo che esista un effetto-Visco (la mia miglior stima fornisce un recupero di evasione di appena 1,7 miliardi). Quel che in compenso è certo è che il governo Prodi ha sempre tenuto basse le previsioni sulle entrate fiscali, e proprio grazie a questo artificio contabile ha fatto emergere i vari «tesoretti»".
Sull'uso dell’extragettito e sull'attuale situazione in cui si ritrova il nostro paese si rimanda alla completa lettura dell'articolo di Ricolfi, qui basti sottolineare che più chiaro di così, rispetto alle prossime elezioni, l'editorialista de La Stampa non poteva essere, anche perchè dopo c'è solo l'esplicita indicazione di voto. "Il governo Prodi, infatti, consegna all’Italia una situazione nella quale non c’è più alcun extragettito da spendere e, se anche qualche risorsa dovesse mai spuntar fuori, verrebbe immediatamente bruciata per coprire i 7-8 miliardi di spese non messi a bilancio dalla Finanziaria 2008. Capisco che Veltroni sia così gentile da non voler vedere questa triste eredità, ma se si vuol essere nuovi bisogna esserlo anche sulle cose che contano: non basta mettere i giovani in lista, occorre anche cominciare a dire la verità".
Con la caduta di Romano Prodi sembra che non sia finita appena un’esperienza governativa, con essa pare che sia iniziato il declino del Prodismo. Di questo ne è convinto, tra gli altri, il prof. Angelo Panebianco che, spiegando cos’è il Prodismo, ne descrive la parabola: "Che cosa è stato il prodismo? Prodi e i suoi, quando inventarono l'Ulivo, proposero al Paese un'idea di società e un progetto per il futuro le cui coordinate culturali affondavano in una certa tradizione del cattolicesimo politico. [...] gli ex comunisti identificarono in Prodi, per le sue personali caratteristiche politico- culturali, la sua storia passata e le sue relazioni presenti, l'uomo che avrebbe potuto traghettarli verso la Terra Promessa, là dove il peccato originale sarebbe stato mondato, là dove gli «ex» sarebbero diventati, prima o poi, dei «post»".
A tale analisi, un altro professore, Ernesto Galli Della Loggia, aggiunge: "La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un'importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L'Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l'antiberlusconismo ) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga — come concausa di questa minorità, e sua aggravante — la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell'eredità nasca un'evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici »."
La fucilata mortale che il Corriere ha voluto riservare a Prodi e alla sua infausta esperienza di governo, comunque, rimane senza dubbio l'editoriale del politologo Giovanni Sartori che scrive: “A differenza della prima, questa volta Prodi ha voluto Bertinotti e i suoi nanetti di contorno al governo. Così - immagino abbia pensato - li catturava. E per catturarli ancora meglio ha escogitato un’«officina» non tanto di cervelli ma di spartizione alla Cencelli delle istanze di tutti. Con il bel risultato di impiccare il suo governo alle concessioni che il suo programma di ben 280 pagine aveva fatto ai suoi sinistrini. Questa è una sequela di errori da manuale. […] Io sono contrario a elezioni immediate senza riforma elettorale. Ma non sono contento di scoprire che da qualche giorno anche Prodi la pensa così. Perché non riesco a dimenticare che per gli ultimi 18 mesi il Nostro ha minacciato i suoi con il ritornello: «Se mi fate cadere, tutti alle urne». Da poco Prodi ha lasciato Palazzo Chigi, però “non per tornare a casa - continua Sartori - ma per tornare a tempo pieno al partito a rilanciare «Prodopoli» e a fare le sue vendette. L’eredità delle sue cattive idee sarà purtroppo lunga da smaltire".
Tre editoriali, pubblicati in modo sequenziale, che non solo sconfessano in modo clamoroso l’ormai famoso endorsement di Paolo Mieli, ma pongono pure la parola fine al Prodismo e lo fanno in modo pesante. Decretano, cioè, il fallimento di quella cultura politica azionista e dossettiana di cui Prodi è stato l’espressione politica. “Non è riuscito - secondo Rocco Buttiglione - l’incontro dei cattolici e dei comunisti. Gli azionisti ed i dossettiani erano convinti che nella Resistenza italiana si fosse realizzato un incontro storico dei cattolici, dei comunisti e dei liberali che generava una forma culturale e politica superiore sia al comunismo che alle democrazie occidentali. Questa sintesi superiore imponeva una revisione radicale ed anche una abiura parziale del comunismo tradizionale, del liberalismo tradizionale e del cattolicesimo tradizionale. […] La novità politica avrebbe avuto bisogno, per realizzarsi compiutamente, di una riforma religiosa e teologica”. Riforma che di fatto non c’è stata, nonostante gli sforzi compiuti dagli onorevoli Bindi e Castagnetti per far “comprendere” ai vescovi italiani di essere “teologicamente in ritardo rispetto alla novità non solo politica ma anche religiosa dell’Ulivo”.
L’Italia, quindi, si trova dinnanzi ad una novità politica, culturale e sociale, che ha riverberi di non poco conto anche in campo economico, dalla quale può trarre frutti positivi, per il proprio futuro, solo se prende atto di tale fallimento ideale e da qui riparta “per ripensare fuori da schemi consumati il ruolo dei cattolici, dei liberali ed anche della sinistra riformista nel futuro della democrazia italiana”.
Noi lo si era scritto che ormai Romano Prodi era l'ex presidente del Consiglio, ma lui non ha voluto crederci.
