Ringraziamo una volta tanto alcuni opinionisti di importanti organi di stampa: Antonio Polito, direttore del Riformista, Ernesto Galli Della Loggia, Massimo Franco e Piero Ostellino del Corriere della Sera, Stefano Folli del Sole 24 Ore, ed altri che finalmente si sono decisi a prendere atto di una verità evidente e a diffonderla nella pubblica opinione.
Dunque, è ufficiale: Silvio Berlusconi non è il problema del caso Italia con il suo gigantesco conflitto di interessi e con l’altrettanto gigantesco conflitto con la magistratura italiana. I problemi esistevano prima di lui e non svanirebbero con il suo abbandono della politica.
Proviamo ad elencarne alcuni, quelli che le vicende di questi giorni rendono maggiormente evidenti.
Primo: se non è normale che il presidente del consiglio sia il padrone di quasi il cinquanta per cento della televisione del suo Paese, altrettanto anormale è che la grande stampa sia nelle mani di industriali, finanzieri e banchieri che li usano per i loro interessi al pari di Berlusconi.
Secondo: è anomala una magistratura che agisce, per larga parte, come soggetto politico. Se ne è accorta, finalmente, anche la stampa straniera. Lode al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che ha fatto naufragare l’ennesimo tentativo, da parte del CSM, massimo organo di autogoverno delle toghe, di prevaricare le competenze del Parlamento nel settore legislativo.
Terzo: non è assolutamente accettabile una sinistra costretta a contendersi i consensi con Antonio Di Pietro assecondando gli umori giustizialisti più retrivi di parte dell’elettorato. Purtroppo Di Pietro, ancorché imbevuto di cultura reazionaria, è figlio legittimo di questa sinistra. Una sinistra che invece di pensare a conquistare il potere con idee innovative ha perseguito e non riesce ad abbandonare la via giudiziaria al governo.
Dunque, queste sono le anomalie da risolvere se vogliamo un Paese normale, nel quale, senza drammi, le varie forze politiche si alternano al governo. Per risolverle è necessario che ciascuno faccia la propria parte. Berlusconi impegnandosi soprattutto alla realizzazione del programma presentato agli elettori che lo hanno premiato; e, per quanto riguarda i problemi della giustizia, facendo immediatamente seguire ai provvedimenti, giusti, che mettono temporaneamente al riparo le massime cariche dello stato dalle incursioni della magistratura ( come avviene in tutte le democrazie), riforme di più ampio respiro quali la separazione delle carriere e l’abolizione della presunta obbligatorietà dell’azione penale. La sinistra rinnovandosi e depurandosi delle scorie accumulate negli undici quindici anni, abbandonando altresì la tentazione della via giudiziaria al potere. Tutti, impegnandosi a varare nuove regole del gioco e a rispettarle.
C’è spazio, in questo processo, anche per quelle forze che, escluse da parlamento, non intendono rinunciare al diritto di contribuire con loro peculiari proposte. In particolare, il PS che si accinge a celebrare il suo congresso a Montecatini Terme, ha l’occasione per rilanciare la prospettiva di un soggetto nuovo che tragga ispirazione e linfa dalla contaminazione con la cultura laica e liberale.
A condizione che abbandoni il piccolo cabotaggio per la sopravvivenza e si decida a volare molto più in alto rispetto allo striminzito risultato elettorale.
Tratto da Pensalibero.it
di Paolo Guzzanti
Scena: il Parlamento madrileno, le Cortes. Zapatero siede sui banchi del governo. Due commessi fanno entrare un uomo con la faccia da impiegato. Si siede, ma lo fanno rialzare: «Stia pure in piedi, davanti alle Cortes Generales», dice Zapatero.
Cinque deputati dell’apposita commissione cominciano a interrogarlo e lo fanno sudare. Lui compulsa carte, spiega, nega, si riprende, si fa riprendere. Che cosa succede? Succede che il Parlamento spagnolo ha chiesto conto a un magistrato del suo operato e ha voluto verificare la sua subordinazione alla suprema autorità delle Cortes. Nei palchi, belle spagnole si fanno vento con grandi ventagli e una di loro lancia un fiore al primo ministro: «Viva Zapatero!».
Un sogno? No. La Spagna di Zapatero, dopo aver sorpreso l’Europa con una politica energica contro gli immigrati illegali e clandestini contro i quali ha fatto intervenire i brutti ceffi del Terceiro de Estranjeros è decisa a far funzionare il principio secondo cui soltanto il Parlamento detiene il potere, l’unico potere che esiste in una democrazia parlamentare elettiva, mentre i giudici sono soltanto una parte dell’apparato impiegatizio dello Stato che in nome e per conto delle Cortes, rispettosamente, applica le leggi. Un sogno? Sì, un sogno spagnolo.
E in Italia? Oh, l’Italia, come ha ricordato Cossiga in Senato, è l’unico Paese in cui la sinistra si batta per il primato dei giudici sul Parlamento che la sinistra italiana vorrebbe – possibilmente – in galera. Anche nella Francia controrivoluzionari a l’aristocrazia voleva i deputati in ceppi e i giudici in trionfo: ovunque siano esistite parrucche, reazionari col codino e controrivoluzionari , là i giudici sono stati portati in trionfo e gli eletti dal popolo in galera. La sinistra italiana non è soltanto arretrata: è reazionaria. Non sveliamole in un sol colpo quanto è fascista, altrimenti si arrabbia.
In Italia e soltanto in Italia un giudice può dire: «Io al primo ministro gli faccio un c... così, gli do sei anni e poi voglio vedere come governa». In Spagna un tal giudice, anzi giudichessa, sarebbe appesa per i pollici davanti alle Cortes Generales e ancora starebbe lì balbettando, implorando, sapendo di essere perduta per sempre.
Ma questa invece è l’Italia, e questa la sinistra italiana, che non discende dall’illuminismo ma dall’albero, rompendosi le noci di cocco sulla testa e sognando la democrazia in manette.
Tratto da Il Giornale del 27 giugno 2008
Chissà ora la sinistra cosa s’inventerà per giustificare l’imponente, schiacciante e incontrovertibile sconfitta elettorale rimediata in Sicilia. Nella regione più a sud d’Italia, dopo l’ultima tornata elettorale, non c’è più provincia, città, paese o quartiere che non sia stato conquistato o non abbia premiato il centrodestra. Persino provincie notoriamente più propense ad un voto di sinistra, quali Enna e Caltanissetta, sono passate di mano. Quel che è peggio, però, sono le cifre che hanno determinato un simile tracollo. Sulla sinistra si è abbattuta una vera e propria valanga che ha assunto le sembianze di un vero e proprio dramma. Le cifre parlano chiaro e per definirle non si può usare altro aggettivo che non sia quello di “bulgare”: da una lato, infatti, il centrodestra viaggia su percentuali che si attestano attorno all’80%, mentre dall’altro il centrosinistra addirittura fatica a superare il 20%.
I motivi che hanno portato ad un centrodestra che dovrà anche essere opposizione di se stesso sono tanti, ma tutti riconducibili ad una semplice osservazione: la sinistra, nell’immaginario comune italiano e ancor di più in quello siciliano, viene ormai percepita come una forza non più in grado di affrontare e risolvere i problemi che affliggono da lungo tempo il sistema paese. Il suo rinchiudersi nei salotti radical-chic, dove di tutto si discute tranne dei problemi che maggiormente preoccupano la gente comune, viene inteso come un distacco dalla realtà che addirittura finisce per nuocere al bene di tutti.
Rimanendo nella specificità siciliana, è davvero da ottusi continuare a proporre triti e ritriti schemi di contrapposizione mafia - antimafia quando tutti gli indicatori economici evidenziano un costante allontanamento dell’isola e del Sud dal resto del paese. Come si fa, ancor oggi, ad additare la criminalità organizzata come unica responsabile del mancato sviluppo del Meridione e non rendersi conto che, così facendo, si minano alle fondamenta l’autorità e l’autorevolezza dello Stato? Dire che le infrastrutture, delle quali la Sicilia ha urgente bisogno, non si possono costruire per evitare infiltrazioni mafiose negli appalti è come dire: affamiamo i Siciliani, tutti i Siciliani, sino alla morte così siamo sicuri di sconfiggere la mafia. Questo modo di intendere la realtà è davvero da matti se si pensa che il nostro è un frangente storico che nuovamente vede migliaia di persone, giovani e meno giovani, abbandonare, ogni anno, le proprie città d’origine per andare a cercare luoghi dove vivere una vita più dignitosa.
Stando così le cose non si commette errore se si afferma che il regresso economico e sociale che sta interessando anche la Sicilia abbia avuto la propria genesi nel periodo in cui nell’isola si vaneggiava di presunte “primavere” politiche.
Primavera politica che sembrava arrivata anche a Messina e che invece ha dovuto cedere il passo ad un’estate giunta in anticipo. Il risultato messinese non fa altro che confermare la tendenza a relegare la sinistra in un ghetto. Lo dimostra la performance provinciale, dove per numero di voti il candidato del centrosinistra avrebbe sfigurato anche presentandosi per le circoscrizioni, e la sonora batosta rimediata dal sindaco uscente, nonché segretario regionale del Pd, Francantonio Genovese sconfitto al primo turno da Giuseppe Buzzanca. Per quanto riguarda il primo, si può solo dire che l’arroganza mischiata ad un avvilente immobilismo in politica non pagano. Del resto, se, a poco più di due anni dalla sua elezione a sindaco, i cittadini hanno deciso di non riconfermarlo per tale carica un motivo ci dovrà pure essere; se, nonostante la valanga di quattrini spesi, Genovese non ha ottenuto il risultato sperato, il motivo non può solo essere l’ottusità dei Messinesi che non hanno compreso il suo messaggio. L’aver partecipato alle marce contro il ponte sullo Stretto, non aver aperto becco quando la Camera, nella scorsa legislatura, ne ha di fatto bloccato la costruzione, le continue dichiarazioni contro di esso pronunciate dall’ex ministro Bianchi, che è anche ex consulente della Caronte Tourist, la società di traghettamento privata di cui Genovese è azionista, forse mediaticamente hanno reso un’immagine gravata da un pesante conflitto d’interesse. Rinunciare in modo così clamoroso a dei finanziamenti già stanziati senza nulla chiedere in cambio, avranno sì permesso alla sua società di continuare indisturbata e in regime di monopolio a fornire un sempre più scadente servizio di trasporto sullo Stretto, ma ai Messinesi, che in numero sempre crescente faticano ad arrivare alla fine del mese, non deve essere sembrata una mossa tanto astuta e i risultati si vedono.
Continui pure, quindi, la sinistra a occuparsi di astruse banalità e dei presunti conflitti di interessi altrui, il centrodestra invece dimostri che la fiducia che il popolo gli ha accordato non verrà delusa.
Le prime promesse, almeno sul piano formale, Silvio Berlusconi e la sua nuova squadra di governo le hanno mantenute e nel paese, come nota Massimo Franco sul Corriere della Sera, si respira un’aria nuova: un aria di vera e propria rottura con il recente passato.Articolo pubblicato su Ragionpolitica.it
di Massimo Franco
Il segnale di forza non è arrivato tanto dal governo di Silvio Berlusconi, ma dallo Stato. E questo forse rappresenta il miglior risultato che il presidente del Consiglio si potesse augurare nel suo esordio di ieri a Napoli. La vergogna della capitale del Sud sfregiata dai rifiuti ha fatto il miracolo di riunire la maggioranza di centrodestra insieme col resto del Paese. Davanti all’opinione pubblica si è presentato non il solito Cavaliere solitario, ma un esecutivo che ha offerto un’immagine di coesione piuttosto irrituale. Forse faticherà a risolvere i problemi. Eppure ha mostrato di essere consapevole della sfida proibitiva: il che non è poco.
Il messaggio è fortemente, anche se, c’è da sperare, non soltanto, simbolico. Come sono parzialmente simboliche le misure prese in materia di sicurezza e la stessa riunione del Consiglio dei ministri a Napoli, promessa da Berlusconi in campagna elettorale. Ridurre quanto è successo ieri ad una passerella, tuttavia, sarebbe ingeneroso e fuorviante. Lo sforzo è stato quello di prendere decisioni capaci di trasmettere l’impressione di una rottura netta col passato; ed il tentativo sembra riuscito. A renderlo più credibile sono state l’assenza di promesse avventate, ed una certa parsimonia perfino nelle critiche agli avversari.
L’unico sarcasmo è stato riservato ai «capricci di spesa» imputati da Berlusconi e dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, al governo di Romano Prodi. Per il resto, cominciare da Napoli significava evocare senza bisogno di parole il disastro amministrativo degli avversari. Ma non sottolineare quelle responsabilità ha dimostrato che il centrodestra sa di correre rischi non dissimili; e che soltanto un impegno comune, nazionale, privo di recriminazioni e guidato dallo Stato, può riportare la situazione alla normalità. La reazione misurata del Pd conferma la disponibilità a non ostacolare un percorso ritenuto da tutti come obbligato.
È un modo per far capire che le emergenze del Sud non sono anomalie estranee al resto dell’Italia. Al contrario, evocano e in qualche caso anticipano quanto potrebbe avvenire in futuro e forse sta già succedendo perfino a nord del Po. Si tratti di sicurezza, immondizia, sgravi fiscali, politica familiare, la sensazione di precarietà e di malessere attraversa e coinvolge larghi settori del Paese. Per il momento, il governo appare preoccupato soprattutto di arginare queste paure: anche a costo di provocare la reazione di alcuni Paesi europei e di tirarsi addosso accuse più o meno strumentali di xenofobia.
Berlusconi ed i suoi alleati indovinano una voglia di Stato che per ora si affida a soluzioni drastiche, e non ammette neppure l’apparenza di cedimenti. L’inizio, dunque, non poteva essere diverso. Una durezza non confortata dal successo, tuttavia, colpirebbe la credibilità delle istituzioni quasi quanto l’assenza di governo.
© Corriere della Sera, 22 maggio 2008
Nel nostro paese, a differenza di altri dei quali è meglio tacere il nome, ognuno è libero di vivere la propria vita e la propria scelta sessuale come meglio crede e come meglio ritiene opportuno. E se in forza di tali scelte, qualcuno si dovesse ritrovare dinnanzi ad evidenti ostacoli di varia natura, è dovere delle istituzioni, ma anche dell'intera società, adoperarsi per rimuoverli. Nessuno, tranne qualche imbecille ovviamente, in Italia si sognerebbe mai di privare un omosessuale della possibilità di assistere il proprio compagno o compagna in ospedale o di privarlo di qualsiasi altro "diritto". Rimane comunque una responsabilità di fondo che è impossibile eludere per chiunque: garantire uno sviluppo della società ordinato e secondo leggi naturali.
Gentile on. Carfagna,di Giorgio Vittadini*
Nella ripresa dell’attività governativa torna di attualità, attraverso la polemica dei debiti formativi e le ricette dei maître à penser, il tema della scuola, eterna cenerentola della vita pubblica italiana. Tra le mille sollecitazioni non è superfluo suggerire un criterio generale e tre idee per cominciare ad affrontare i problemi in campo.
Il criterio è di evitare di far calare dall’alto soluzioni generali che nascono da impostazioni ideologiche e astratte e che hanno fatto del ministero dell’Istruzione un mastodonte con più dipendenti del Pentagono. L’unica possibilità di ripresa è dare spazio a esperienze educative in atto, dove si viva una libertà, una passione per l’ideale e per lo studio, un «fare con» nell’avventura personale e comunitaria della ricerca della verità e della conoscenza.
Come valorizzare questi tentativi che possono nascere ovunque, nella scuola statale come in quella privata, tra gli studenti come intorno ai professori? Innanzitutto, attuare anche a livello nazionale, come già preannunciato dal ministro Gelmini, quella parità economica tra scuola di Stato e privata che, laddove si è cominciato a fare in alcune Regioni con l’adozione di voucher, ha raggiunto risultati lusinghieri. Le scuole paritarie sono già pubbliche come prevede la legge 62 del 2000 di Berlinguer. Occorre dare i soldi alle famiglie con parametri di equità e poi riconoscere loro la facoltà di scegliere le scuole che preferiscono per il bene dei ragazzi.
In secondo luogo, per favorire un’esperienza di libertà di educazione anche nella scuola statale, occorre conferire alle famiglie pieno autogoverno.
Finora è stata data una parziale autonomia di curriculum (il 20%), un’autonomia didattica paralizzata da enormi rigidità delle cattedre, un’autonomia finanziaria bloccata dall’impossibilità di raccogliere soldi sul mercato senza reale autogoverno. Infine è necessario introdurre in modo sistematico e massiccio quella valutazione esterna della scuola mediante l’accertamento degli apprendimenti e delle competenze dei ragazzi e rilevando le abilità professionali degli insegnanti e dei dirigenti.
Parità, autonomia, valutazione sono gli strumenti semplici per permettere un miglioramento dal basso della scuola operato dai non pochi che hanno ancora passione e voglia di insegnare.