Dopo il battesimo un nuovo libro. La nuova fatica letteraria di Magdi Cristiano Allam, che ha per titolo «Grazie Gesù. La mia conversione dall'islam al cattolicesimo» (Mondadori, pagine 204, €18), sarà presente in tutte le librerie a partire dal prossimo 9 maggio. Il libro verrà presentato in anteprima alla Fiera del libro di Torino domenica 11 maggio, nella Sala dei 500, alle 15.30.
Di questa importante novità editoriale trovate notizia sul Corriere della Sera e nel sito web di Allam, dove potete leggere il primo capitolo del libro intitolato «Il mio battesimo».
"Fanno un gioco infame, nessuno può parlare contro la legge Biagi che subito ti dicono che sei d’accordo con i terroristi”. Così ha detto Beppe Grillo dal palco della giornata del vaffa. Il tribuno genovese in quell’occasione ha omesso il dettaglio, non secondario, che Marco Biagi fu in effetti assassinato da chi riteneva la legge 30 sul mercato del lavoro una “moderna schiavitù”. D’altra parte, nel suo blog, il comico descrive “situazioni critiche, penose, di mobbing, di salari elemosina. Ragazzi e ragazze con diploma, laurea, master che si ritrovano a lavorare sottopagati, senza garanzie, per pochi mesi. Senza nulla”. Col suo eloquio malpancista, Grillo rimarca l’idea diffusa che la riforma Biagi abbia portato infelicità e sfruttamento tra i giovani lavoratori. E sembra una canzone surreale di Rino Gaetano, ma senza ironia: “Mio fratello è figlio unico sfruttato/ represso calpestato odiato e ti amo Mariù/ mio fratello è figlio unico deriso/ frustrato picchiato derubato e amo Mariù”. Ma è poi vero che il lavoro flessibile corrisponde allo sfruttamento in miniera del Ventunesimo secolo?
Angela Padrone (“un cognome che è la mia persecuzione – dice ridendo – Sin dai tempi in cui scendevo in piazza contro i padroni, quelli veri”) ha raccolto per l’editore Marsilio venti storie di ragazzi che ce l’hanno fatta: storie di giovani, strano a dirsi, “Precari e contenti”. Un racconto di racconti sul sentiero della tenacia, delle occasioni raccolte e vissute appieno. Un mondo di giovani che lavorano molto, inseguono i loro sogni e sono disposti (e felici) agli inevitabili sacrifici che implica l’ambizione della realizzazione professionale: mobilità e flessibilità. “Occasioni di dinamismo che sono state introdotte dalla legge Biagi, che io difendo da sinistra – spiega l’autrice – Un sistema che non ha inventato il precariato, ma piuttosto ha umanizzato e reso virtuose le condizioni che sì una volta erano definibili come sfruttamento”. I personaggi intervistati da Angela Padrone – oggi caporedattore al Messaggero, ma con un passato da precaria – sono i ragazzi ambiziosi e consapevoli che riempiono le redazioni dei quotidiani, gli uffici degli architetti, le radio. “Gente che non ha il culto del lavoro fisso, ma quello della meritocrazia. Ragazzi e ragazze che un tempo avrebbero lavorato a nero, senza tutele, senza una paga garantita” e che oggi, invece, appena usciti dall’università possono ricorrere allo stage e ai contratti a termine. La generazione degli anni 2000 è profondamente diversa da quella degli anni Settanta, del lavoro sommerso e della degenerazione sessantottarda. Se infatti Andrea De Carlo, nel suo libro culto sugli anni Settanta, “Due di Due”, disegnava un mondo di “magri e perplessi, così provvisori da stare a guardare come spettatori mentre quello che ci succedeva entrava a far parte del passato”, Angela Padrone descrive una generazione finalmente assecondata da un mercato del lavoro che prova a liberalizzarsi e premia chi produce e chi ha voglia di farcela. “Con risultati innegabili – assicura l’autrice di “Precari e contenti” – In Italia la disoccupazione è diminuita e l’occupazione è aumentata”. D’altra parte lei di lavoro nero e di fatica ne sa qualcosa, “a diciott’anni lavoravo in un’azienda di macellazione di tacchini – racconta – Stavo in catena di montaggio”. E così ma che non si pongono il problema di garantire l’accesso a chi invece ancora non lavorarivela il paradosso: “Negli anni Settanta e Ottanta i precari ufficialmente non esistevano perché lavoravano senza tutele, adesso sono invece il dodici per cento degli occupati. La cosa pazzesca è che nonostante ciò la legge Biagi resta, per una certa vulgata, la bandiera del lavoro flessibile, anzi del suo doppio oscuro: la precarietà”. In sostanza, dice la giornalista, la normalità in altri paesi occidentali (quelli dove più facilmente si trova un nuovo lavoro, come l’Irlanda e gli Stati Uniti), è considerata in Italia un problema doloroso. E questo perché abbiamo raggiunto un livello di protezione di chi già lavora tale da stridere con la situazione di chi è invece ancora un outsider. Colpa anche dei sindacati “molto occupati a difendere chi il posto ce l’ha fisso – spiega Angela Padroni – ma che non si pongono il problema di garantire l’accesso a chi invece ancora non lavora”.
© Il Foglio, 19 settembre 2007
E' fresco di stampa il nuovo libro di Francesco Ventorino intitolato "Amicizia coniugale" (Marietti, pag. 146 - 12.00 €). Il libro si occupa di tematiche riguardanti la famiglia e l’educazione dei figli alla luce del pensiero cristiano, così come si è andato formando dal medioevo ai nostri giorni. Visti i tempi di libertinaggio assoluto, che assieme al nichilismo cercano di sradicare l'uomo dall'essenza della propria esistenza, del libro di Ventorino se ne sentiva proprio l'urgenza ed il bisogno.
Di seguito la recensione del libro fatta da "Il Foglio” nei giorni scorsi.
La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie”. Possibile immaginare, oggi, qualcosa di più scandaloso delle parole di san Paolo nella Lettera ai Corinzi? Qualcosa di più inascoltabile, per orecchie addomesticate dal sussurrio benpensante di sessuologi e di algidi esperti della legge del desiderio? E’ nel filone di quello “scandalo” di un rapporto coniugale come “luogo privilegiato in cui si gioca il dramma dell’affettività come dramma teologico”, dunque di luogo eletto per sperimentare l’assoluto e l’amore di Dio, che si muove “Amicizia coniugale”, di monsignor Francesco Ventorino. L’autore, settantacinquenne teologo e insegnante siciliano, amico e collaboratore di don Luigi Giussani, si propone “di riconsiderare l’amore umano, la famiglia e l’educazione dei figli alla luce del pensiero cristiano, così come si è andato formulando dal medioevo ai nostri giorni, un pensiero, certo, illuminato dalla fede, ma fondato sulle ragioni della ragione”. Risuona la sfida lanciata da Benedetto XVI nella sua lezione di Ratisbona, in queste “tracce di antropologia del matrimonio” che vogliono schivare “il moralismo con cui questi argomenti vengono di solito trattati”. A vantaggio di una visione della famiglia e del matrimonio cristiano come “primo luogo in cui si può mostrare come il cielo e la terra si tocchino, quando il significato ultimo della storia e delle cose, cioè la gloria di Cristo, diventa la forma dei rapporti quotidiani, la ragione della loro fedeltà e gratuità”. Solo così l’amore diventa davvero “più forte del male e della morte”.
Unione carnale e comunione di vita fanno del rapporto coniugale il luogo del “massimo grado di amicizia che si stabilisce fra l’uomo e la donna”. Amicizia intesa come l’amore di benevolenza, il “riamarsi scambievole” di cui parla san Tommaso d’Aquino, che dà senso razionale ai voti di una fedeltà eterna e di una indissolubilità (altra parola scandalosa), “fin che morte non ci separi”. Una fedeltà che è specchio e misura della fedeltà a Dio e, come questa, figlia della libertà. Sbaglierebbe chi pensasse al libro di Ventorino come concepito solo per i credenti. La poetica e la filosofia dell’amore coniugale protetto ed esaltato dal sacramento cristiano che vi troviamo descritte pescano nel profondo di chiunque. O almeno di chiunque, scrive nella prefazione Rocco Buttiglione, per una volta abbia provato “la nostalgia inespressa di un incontro umano vero”, in cui sia “possibile veramente fare l’esperienza della propria verità come uomini”. Di chi sappia ammettere, come scriveva don Giussani, che “l’incertezza nei rapporti è uno dei malanni più terribili della nostra generazione… si vive col mal di mare, con una tale insicurezza nella trama di relazioni, che non si costruisce più l’umano. Si costruiscono grattacieli, bombe atomiche, sistemi di filosofia sottilissimi, ma non l’umano, perché esso è nei rapporti”.
© Il Foglio, 3 agosto 2007
Così Magdi Allam descrive il contenuto di “Viva Israele”
Dopo le minacce ricevute da Hamas per aver denunciato i kamikaze palestinesi, «la mia vita», sostiene Allam, «è diventata strettamente collegata alla sorte di Israele, per una mia scelta interiore di fede nella sacralità della vita e per una bizzarria del destino che ha voluto che fosse un musulmano laico a battersi in prima linea, anche a rischio di morire, per difendere il diritto all'esistenza dello Stato ebraico».
In quel clima, anche un ragazzo di grande sensibilità e educato in una scuola religiosa italiana come lui non era rimasto del tutto immune al pregiudizio anti-israeliano, che venne però spazzato via dalle esperienze successive: «In queste pagine di “Viva Israele” ho voluto raccontarvi il mio lento e sofferto percorso esistenziale dall'ideologia della menzogna, della dittatura, dell'odio, della violenza e della morte alla civiltà della verità, della libertà, dell'amore, della pace e della vita.
Fino a maturare il pieno convincimento che, oggi più che mai, la difesa del valore della sacralità della vita coincida con la difesa del diritto di Israele all'esistenza». Ecco perché questo libro autobiografico parla alle coscienze di tutti: «Dietro l'intransigenza con cui si tutela il diritto di Israele all'esistenza e alla pace c'è la fermezza con cui si protegge la nostra società dai pericoli di infiltrazione e legittimazione dell'ideologia della morte».
© L'Informazione, 1 agosto 2007
Uno dei vizi della nostra classe politica, forse il più pericoloso, è quello di scaricare sulle spalle altrui le colpe proprie. Ogni volta che un governo o un partito si ritrova in difficoltà è molto più semplice ricorrere alla teoria del complotto, piuttosto che improntare una seria autocritica del proprio operato e mettere in atto i correttivi necessari per un cambio di rotta. La teoria del complotto è un male che affligge soprattutto la sinistra che, non rendendosi conto della propria incapacità a proporre un progetto politico serio e condivisibile dai cittadini, preferisce giustificare la propria inadeguatezza nell’esercizio del potere gridando alla cospirazione dei soliti poteri occulti che ne ostacolerebbero l’affermazione come forza di governo.
Ieri, presso la sede dell’Unesco a Parigi, il cardinale Carlo Maria Martini ha presentato “Gesù di Nazareth”, il libro del Papa. Così come avviene ogni volta che a parlare è l’arcivescovo emerito di Milano, i nostri organi d’informazione hanno nuovamente tentato di innescare la solita polemica che vuole il presule sempre contrapposto al Santo Padre. Probabilmente una simile lettura dei fatti la darà anche Antonio Socci domani, quel che è certo però è che tale opinione se la saranno fatta tutti i lettori del Corriere della Sera che si sono soffermati alla sola lettura del titolo scelto da via Solferino: «Ammiro il Gesù di Ratzinger, ma non è l’unico». Un titolo decisamente fuorviante soprattutto perché la parola «unico», che il Corriere riporta tra virgolette e quindi attribuibile all’autore, non viene pronunciata nemmeno una volta da Martini nel discorso durato circa mezz’ora. In esso, invece, attraverso un’esplicazione basata su cinque iniziali quesiti, si afferma che il libro scritto dall’attuale Pontefice non solo propone un «Gesù» molto attuale, ma è anche un esame dei Vangeli che sconfessa «l’imperialismo del metodo storico critico» e propone una «riflessione sulle conseguenze della incarnazione per il presente».
E' appena uscito in libreria, per i tipi "I Draghi" di Lindau, il libro "AUTODAFE': L'EUROPA, GLI EBREI E L'ANTISEMITISMO" scritto da Emanuele Ottolenghi
Auto da fe = dal portoghese «atto della fede»; 1786. In Spagna, durante l’Inquisizione, era la proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore seguita dall’abiura pubblica o dalla condanna dell’eretico, generalmente l’esecuzione sul rogo. Molti di coloro che perirono in Autodafé furono ebrei che si autoincolpavano pubblicamente e che affrontavano le fiamme purificatrici dei roghi inquisitori.
Quando si parla di antisemitismo oggi, il pensiero corre alle persecuzioni degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, sfociate nell’Olocausto. E il confronto con l’oggi porta a concludere che quel problema è stato sostanzialmente superato, o riemerge in forme episodiche e molto circoscritte.
Ma l’antisemitismo a sfondo razziale, così intimamente associato al nazismo, rappresentò un’aberrazione rispetto all’odio antiebraico che lo aveva preceduto.
Tutte le più vecchie forme di pregiudizio antiebraico avevano in realtà un altro elemento in comune: per gli antisemiti, gli ebrei avevano «un problema» (di natura religiosa o sociale, o socio-economica, o storica), che era parte della loro identità e che costituiva un ostacolo alla loro piena integrazione nella società. Essi avrebbero potuto «salvarsi» convertendosi, assimilandosi, o unendosi alle forze della rivoluzione. E, in effetti, in tutti quei casi in cui gli ebrei cedettero al doppio ricatto di minacce e lusinghe, ottennero non solo uguaglianza e integrazione, ma spesso alte cariche e importanti onorificenze.
L’antisemitismo attuale è una variante di questo vecchio pregiudizio: trova come scusa non un supposto tratto biologico malvagio, bensì un’opinione e un comportamento degli ebrei nei confronti d’Israele che è espressione prima di tutto della loro identità. Nel clima attuale, si assiste insomma all’emarginazione di ebrei filo-israeliani o a una crescente pressione su di loro perché abbandonino le loro posizioni su Israele e Medio Oriente e si conformino al paradigma dominante. Le loro opinioni trovano sempre meno spazio sui giornali europei ed è possibile che la narrativa storiografica revisionista che forma il nucleo accademico di delegittimazione d’Israele vinca la battaglia dei libri di testo negli atenei e trionfi sugli scaffali delle librerie (rendendo sempre più precaria tra le elite la posizione di Israele e degli ebrei che lo sostengono).
Esistono ancora oggi, si domanda dunque Emanuele Ottolenghi, ebrei «odiatori di se stessi»? Esistono intellettuali ebrei che vivono in Europa e che ancora si autodenunciano, fanno atto di costrizione e pubblicamente abiurano qualsiasi loro legame con Israele, al fine di essere socialmente «più accettabili»? Esiste un clima culturale dal quale ci si può attendere l’emarginazione di quegli ebrei filo-israeliani che decidano di non rinnegare le proprie origini, il proprio passato e il proprio popolo, cioè che scelgano di non compiere un moderno autodafé intellettuale, consumato non nelle fiamme ma nell’atto di abiura? Esiste infine un antisemitismo che si può descrivere come l’odio di se stessi che molti ebrei oggi provano a cagione di Israele?
Su questo aspetto del fenomeno mancava una trattazione sistematica e profonda.
Emanuele Ottolenghi, in questo suo primo libro, frutto di anni di ricerca e di discussioni, compie un atto coraggioso, e organizza la sua analisi del segno odierno e manifesto del pregiudizio, dell’odio antisemita, intorno alla centralità del ruolo degli «ebrei odiatori di se stessi» e del meccanismo di delegittimazione e demonizzazione d’Israele che essi stessi più o meno consapevolmente ingenerano, e di quegli ebrei che osano sostenerne e condividerne le ragioni se non addirittura il destino.
Nella prefazione scritta da Magdi Allam, si legge: «A Ottolenghi va il merito di averci offerto una documentazione oggettiva e obiettiva, con nomi e cognomi, citazioni testuali e analisi argomentate, su quella che è a mio avviso la tematica centrale della principale emergenza internazionale: la radice dell’odio nei confronti di Israele. Perché soltanto conoscendo questa realtà nella sua integralità e complessità, senza mistificazioni e ipocrisie, potremo insieme riscattarci dal baratro etico che ha finito per trasformare l’Europa nella roccaforte di quel “politicamente corretto” che ci sta consegnando ai nemici della libertà e della democrazia».
Insomma "AUTODAFE': L'EUROPA, GLI EBREI E L'ANTISEMITISMO" (Edizioni Lindau, pagg. 382 – euro 24,00) è proprio uno di quei libri che, se si vuole sfuggire alla cappa ideologica che impera su certi argomenti, va assolutamente letto.
Come scritto ieri, approfittando dell’uscita de «La grande bugia», con gli amici di Radio Formigoni abbiamo cercato di capire come mai le critiche ai libri di Gianpaolo Pansa vengono mosse solo ed esclusivamente da ambienti e da intellettuali che esplicitamente si richiamano alla cultura e ai valori politici rappresentati dalla sinistra.
E’ stata abbozzata una risposta che oggi viene egregiamente completata ed approfondita, sulla prima pagina del Corriere, da un magistrale Ernesto Galli della Loggia.
Assolutamente da non perdere.