giovedì, 08 maggio 2008

Per l'uomo la fede è il dono più grande

Il nuovo libro di Magdi Cristiano Allam – edito da Mondadori (pag. 204, €18) e in uscita nelle librerie il prossimo 9 maggio – ha un titolo insolito per i tempi in cui viviamo: «Grazie Gesù. La mia conversione dall'islam al cattolicesimo». Un titolo davvero inconsueto per un libro se si pensa che uno dei cardini fondamentali del pensiero politically correct impone una sorta di rinuncia della propria identità. Rinuncia giustificata dalla volontà di non urtare la sensibilità di coloro che professano una religione diversa da quella cattolica, ma che il più delle volte si traduce in una regola applicata a senso unico, ovviamente a discapito dei cattolici, ai quali viene richiesta una sorta di abiura delle proprie radici cristiane in nome di uno strano concetto di tolleranza religiosa che spesso, nell’accezione comune, è da intendersi come sinonimo di indifferenza.
«Grazie Gesù» verrà presentato al grande pubblico dal prestigioso palco della Fiera del libro di Torino, domenica 11 maggio alle 15.30, presso la Sala dei 500. Nel sito web www.magdiallam.it, oltre ad essere riportati ampi stralci del primo capitolo, «Il mio battesimo», l’autore del libro spiega che aver ricevuto “il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile” e che quello del battesimo è “stato il giorno più bello della mia vita”. Un giorno “unico e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato”, poiché nella “notte del 22 marzo 2008, ricorrenza della Veglia Pasquale, durante la solenne liturgia celebrata nella magnificenza della Basilica di San Pietro, culla della cattolicità, sono rinato in Cristo”.
Con la sua testimonianza Magdi Cristiano Allam centra la questione eminente di tutto il problema cristiano che altro non è che l’accadere, anche per i laici, della creatura nuova di cui parla san Paolo. Cos’è infatti il cristianesimo se non l’avvenimento di un uomo nuovo che per sua natura diventa un protagonista nuovo sulla scena del mondo? E così se da un lato per Allam ““Grazie Gesù” è indubbiamente il libro autobiografico più significativo”, rappresentando “il punto di approdo di un lunghissimo percorso esistenziale e spirituale”, dall’altro è anche il punto di partenza di chi ha imparato e si è “convinto che la testimonianza della propria fede sia l’impegno più rilevante a cui siamo chiamati” per tutta la vita.
Chi vive l’esperienza della conversione al cristianesimo, certamente, sa che ci vuole “del tempo affinché questa adesione alla fede in Gesù sia sempre più piena e partecipe”, sa anche che all’inizio ci si sente “come un bambino che sta sperimentando i primi passi della sua nuova vita cristiana. Incontrando Cristo è inevitabile che ci si spogli dell’uomo vecchio per rivestirsi di quello nuovo, si tratta di una dinamica che, tra le altre cose, genera tanta “voglia di camminare e di correre da cristiano”.
Saranno in tanti a condividere il cammino di Magdi Cristiano Allam e tanti saranno coloro che, assieme a lui, continueranno a manifestare la propria gratitudine al Figlio di Dio pronunciando le parole “Grazie Gesù": per l’uomo, per ogni uomo, la fede è il dono più grande e bello che possa ricevere.
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martedì, 06 maggio 2008

«Grazie Gesù. La mia conversione dall'islam al cattolicesimo»

Magdi AllamDopo il battesimo un nuovo libro. La nuova fatica letteraria di Magdi Cristiano Allam, che ha per titolo «Grazie Gesù. La mia conversione dall'islam al cattolicesimo» (Mondadori, pagine 204, €18), sarà presente in tutte le librerie a partire dal prossimo 9 maggio. Il libro verrà presentato in anteprima alla Fiera del libro di Torino domenica 11 maggio, nella Sala dei 500, alle 15.30.

Di questa importante novità editoriale trovate notizia sul Corriere della Sera e nel sito web di Allam, dove potete leggere il primo capitolo del libro intitolato «Il mio battesimo».

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venerdì, 10 agosto 2007

IL PESO LANGUIDO DELLA CATENA

Un botto unico e un conto aperto da saldare. Così mi hanno insegnato, lo trovo perfetto

di Ferretti Lindo Giovanni

Nell’aria gelida di un tardo mattino d’inverno spruzzato di nevischio il piccolo corteo si fermò sulla piazzetta del paese. Sebbene fosse diventato usuale il carro funebre, gli ultimi cento metri del percorso al cimitero dovevano essere fatti con la cassa da morto sulle spalle. Da lì la strada tornava a essere quella di un tempo non rotabile. C’erano, quel giorno, non era mai successo nei secoli dei secoli, solo quattro uomini capaci di portare la bara ma era impossibile appaiarli per altezza in due coppie: dall’un metro e sessanta scarso all’uno e novanta abbondante erano perfetti per una scala. E veniva da ridere e veniva da piangere nel vedere quella cassa sbilenca e sballottata, con dietro un po’ di donne e qualche vecchio, avviarsi verso il dopo, eterno. Subito dopo, il nostro contemporaneo, senza discussioni e rimostranze si sacrificarono tutti gli orti lungo il fiume, gli antichi “canver” della canapa, per fare arrivare il carro funebre fin dentro il cimitero. Problema risolto, si disse. Erano gli anni 90. “Subvenite Sancti Dei, occurrite Angeli Domini”. Venite incontro? Accorrete? Non è tempo di angeli e santi di Dio, non è tempo di morti e, anche se i morti ci sono e in abbondanza, non c’è tempo per loro. Non più veglie, non più pianto rituale, non più celebrazioni e anniversari. Il funerale, che di esequie non si può parlare, è una cassa sigillata nello zinco che arriva dall’ospedale, entra in chiesa per un ultimo frettoloso saluto e risale in macchina per essere depositata al cimitero.
E’ tempo perso, da rifuggire o velocizzare, da nascondere ai bimbi, quello dedicato ai morti. Non introduce alla pace eterna, non dà ragguagli sul come e il perché, tutt’al più apre spiragli che vanno consumati nell’horror letterario e cinematografico. Ho visto più morti, uomini e donne, nella mia prima infanzia che poi in tutti gli anni della vita a venire. La nascita allora era un avvenimento intimo, familiare e, comunque una benedizione, bastava a sé. Il tempo l’avrebbe dispiegata, mostrata, giudicata. La morte, nel pianto, nel pubblico cordoglio, nel lutto, era il perno attorno cui ruotava la vita pubblica, sociale, della comunità. Attorno al letto del morto tutti dovevano passare e sostare; se era un famigliare andava vegliato, accarezzato e baciato per l’ultima volta. Ogni famiglia nel momento più tragico dell’esistenza offriva la propria intimità offesa e indifesa allo sguardo compassionevole degli altri. Se la vita sigillava le case sprangando porte e finestre a difesa di un poco serbato a caro prezzo, la morte le spalancava e ci si accalcava negli angusti spazi, compartecipi.
Ho recitato almeno una corona, la terza parte del Santo Rosario, ma più spesso tre, per tutti coloro che in quegli anni sono morti. Ho avuto tempo e modo di osservarli a lungo, a volte di percepire l’odore denso dolciastro e impregnante dello sfacelo nella carne.
La vita è calore, la morte un gelo che dentro si decompone e il naso racconta ciò che l’occhio, fisso alla superficie, non può cogliere. Finalmente in pace, si diceva, e qualcosa di questa pace traspariva nel rilassamento dei volti da cui scompariva ogni traccia di dolore, ogni sforzo e persino certe attitudini arcigne, burbere o malvagie. Molto piccolo accompagnavo la nonna e al suo fianco, lei seduta con le altre vecchie, la sacralità della morte era palpabile così come il legame oscuro e profondo che il femminile intrattiene con la vita. Gli uomini celebrano il Creatore, le donne lo coadiuvano, insieme uomini e donne lo santificano. “De profundis clamavi ad te Domine” si intonava a bassa voce e la vertigine ci avvolgeva. Una vertigine che sta intorno l’uomo e dentro la donna.
Si arrivava al momento della sepoltura secondo l’ordine di vicinanza al defunto: dallo sfinimento dei famigliari alla servizievole presenza dei vicini. Il suono della campana a morto faceva lievitare la tensione imponendo prima l’immobilità poi il silenzio che poteva solo essere rotto dalla disperazione se la morte era anzitempo: la disgrazia, la morte violenta. Il pubblico cordoglio aveva il compito di contenere nei limiti vitali l’irruzione distruttiva della morte e la liturgia dei defunti era preludio alla resurrezione della carne. Illuminata dai ceri e densa d’incenso, solenne, cantata, lenta. Con i fiori, se possibile, che non hanno mai fatto male e tanto meno impedito le opere di bene. Fiori per chi resta, fiori per chi va, fiori del Creatore a cui tutto torna. Senza senso del tragico e della meraviglia, senza bellezza, la vita si riduce a invenzione sempre da reinventare che presto viene a noia e può solo essere consumata in una tensione a un piacere che non dura e non placa. Ciò che si pretende moderno, nuovo nuovo mai visto prima, e gli anni della mia giovinezza lo furono oltremodo per pretesa ideologica oltre che per pulsione ormonale, diventa impresentabile in poche stagioni. Solo ciò che dura nel tempo trova la sua ragione e il suo senso.
I funerali fortificano famiglie e comunità saldandole nel profondo. Se si è insieme di fronte alla morte si possono reggere le divisioni nella vita, fonte inestinguibile di morti e di nascite che la rincalzano e il cerchio è chiuso. Senza funerali non c’è comunità. Senza funerali non c’è civiltà.

* * *

Un dopo c’è perché c’è un durante e c’è stato un prima. Chi non sente il languido vivificante peso della catena è costretto a inventarsi unico, per caso, e prima e dopo il vuoto.
Avendo traversato la frontiera tra il mio prima e il mio durante poco più di mezzo secolo fa comincerò col dire di questo, brevemente. Sono nato nell’amore di un padre e una madre, in una famiglia con nonni e zii e vicini di casa e parenti, non tutti buoni, non tutti belli, non tutti intelligenti ma tutti degni di rispetto perché tutti figli di Dio. Ognuno a modo suo interessante, qualcuno sorprendente. Sono nato montano, italico, cattolico romano, germoglio della cristianità d’occidente nell’ora del suo smarrimento. Sono sopravvissuto a gelate precoci e, con concorso di colpa, a parassiti e infestazioni e conto di morire, nel mio tempo, in pace con Dio e con gli uomini. Potessi scegliere, ma non tocca a me, vorrei morire nel mio letto con l’olio santo dell’estrema unzione. Confessato e comunicato rendere l’anima a Dio. Così mi hanno insegnato e lo trovo perfetto. La vita è un dono di Dio, a lui torna e solo Lui conosce modo e tempo. Il dopo è un botto unico, unico a potersi definire novissimo, per tutti e per sempre: morte giudizio inferno paradiso. Il saldo di un conto aperto tra il Creatore e la sua creatura, e sull’amore è il giudizio, non sulla morale, né gli ordinamenti. L’incontro svelamento dei pochi cui ci ha legato amore, fosse solo una folgore, vale la morte come privata intima apocalisse. Vedrò, il termine è impreciso lo so, mio padre che non ho conosciuto se non per il ricordo di chi ha e l’ha amato. Sono suo seme, desiderato e subito perso. Già solo lui che è il prima giustifica, a me, il dopo. Vedrò mia madre e questo è un azzardo perché, per quanto vecchia, lei vive e io potrei precederla, ma non cambierebbe niente ormai invertire l’ordine nell’arrivo. Di Lei sono stato carne, distinta e inclusa, cresciuta inglobata e poi nel giusto tempo espulsa e recisa. Ho urlato di strazio in questa separazione e ritrovavo la pace al suo seno, appagato sul suo battere del cuore, accoccolato e confuso. Lei mi ha fatto forte, mi ha cresciuto e ci siamo arrangiati, per quel che si può, come abbiamo potuto. Presenza di una vita intera: abbandonata, persa, cercata, ritrovata che ancora è ma trasformata. Ora, volto il ciclo alla fine, le sono figlio/padre; di lei mi prendo cura, corpo e spirito, nei giorni del suo bisogno. I vecchi come i bimbi campano d’amore e d’assistenza scoppiano o avvizziscono.
Su Maddalena, mia nonna, e tutti gli altri conto per l’amore ricevuto e donato e per il tesoro cumulato in preghiere. Un conto aperto che ho ricominciato, come si è sempre fatto in casa, a pregare per i morti che intercedano per i viventi e viceversa in quel mistero circolare che è la comunione in Cristo, nostro Salvatore.
Il come e il perché di quello che sarà il dopo, nello specifico, non mi preoccupa. Trovo più interessante, al momento, il qui e durante. Basta a ogni giorno la sua pena, la gioia; bastano il riso e il pianto e a volte avanzano. Ci sono poi le necessità vitali del lavoro, gli impegni, i doveri, il giusto riposo e quell’ozio che confina con la contemplazione.
Le disquisizioni dei teologi che al momento hanno problemi con l’inferno mi lasciano indifferente, ma scontroso. I teologi sono come le tasse: il giusto è doveroso, l’eccesso t’ammazza. Io credo nel giudizio e quindi nell’inferno. Se non c’è inferno non c’è giudizio e non vale il paradiso essendo il purgatorio una necessità ineludibile. Comunque, tranquilli, il dopo arriverà e si vedrà. Credo ci sarà parte, che non so e non voglio immaginare, ma che non dubito sarà in Dio risolta, per gli animali e tutta la creazione. Tancredi, un cavallo che a volte ho percepito come una delle infinite forme della misericordia, ad esempio, ma non è l’unico, sarà lì ne sono certo. Gli animali, nelle mani dell’uomo, possono facilmente trasformarsi in vittime perfette e altrettanto facilmente trasformarsi in idoli ma nelle mani del Creatore sono creature e tutte le relazioni tra le creature saranno giudicate, a tutto sarà dato compimento e di ogni cosa svelato il senso.
Quanto siano essenziali creazione e creature, nel rapporto tra il prima il durante e il dopo, è indicibile a chi non le frequenta, a chi vive una vita costretta in orizzonti artificiali muovendo tra masse umane invano affaccendate. Se all’uomo manca lo spazio e l’elemento animale non ne trae beneficio lo spirito tutt’al più lo spiritista.
C’è un triplice rapporto: Creatore creazione creature, una Divina Trinità in un unico Dio e una donna, Maria, sine labe originali concepta, Regina, in coelo assunta. Ci sono le generazioni a susseguirsi, angeli, santi e molto molto altro. Non siamo soli, non lo siamo mai stati, non lo saremo mai né in cielo né in terra, ma siamo liberi: così siamo stati creati; volendo possiamo sradicarci e di conseguenza sradicare. Nemmeno siamo intruppati, costretti in ranghi: siamo persone in rapporto personale, intimo, unico e irripetibile, con il tutto. Per quanto l’uomo riesca non solo a coltivare il male ma anche a organizzarlo in sistema, siamo di passaggio e lo spettacolo è meraviglioso.

* * *

I pensieri di questo mio tempo sono difficili anche solo da raccontare. Segmentati, di scatti e scarti, di spigoli, più adatti a cronaca, alla maniera medioevale, che mescolando e allineando accadimenti personali, avvenimenti storici, disgrazie immani e miracoli quotidiani, meglio rende complessità e urgenza, e una serena difficoltà nel procedere. Scrivendo queste scarne riflessioni un pensiero continuamente si intrufolava a margine. – Sicuro che da qualche parte non ci sia “da prima” qualche “appunti per il dopo” che è questo “nostro durante”? – Oggi, domenica diciottesima per annum, 5 agosto 2007, la liturgia della parola mi ha mosso il sorriso. I libri sapienziali, nella Sacra Scrittura, sono questo: veri appunti personali, per tutte le persone ma ad personam, fatti recapitare, tramite Israele, all’umanità intera. Appunti a perorare la venuta di Colui in cui: messaggio è il messaggero. Appunti per il dopo, adesso. Appunti per durare, fino alla fine.

© Il Foglio, 10 agosto 2007

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venerdì, 10 agosto 2007

UN INFINITO POMERIGGIO ISOLANO

Rivedrò il sorriso di chi ho amato, giocherò a scopa con mio nonno e forse, qualche volta, lo batterò

Le case dell’infanzia sono dolorose. Non ci torni più per anni, e quando capiti all’improvviso la forza evocativa degli oggetti ti riporta indietro in un attimo, senza che tu possa difenderti. Forse è un bene che la mia casa in Sicilia non ci sia più, che il passato sia stato cancellato da una impietosa demolizione di muri e mattoni. Esiste solo nella mia mente, disabitata come un sogno mai condiviso. Non c’è più nemmeno una maiolica, un qualunque residuo visibile su cui immalinconirsi come su una madeleine inzuppata. A volte – molto, molto di rado – trovo qualcuno che ricorda; così scopro che è stata reale anche per altri, e mi sorprendo. Ci si abitua ad essere soli, a perdere il passato, e alla fine tutto è confuso, le cose tornano alla mente solo perché sono state raccontate mille volte. E’ la narrazione già narrata che si riaffaccia alla memoria; le emozioni vive, quelle che fanno mulinello nello stomaco e ti fanno scoppiare di turbamenti, si perdono in un attimo. Resta il mito, manipolato e contaminato, un falso vero che ci appartiene ma al quale quasi non crediamo più; e quando lo scopriamo vero nel ricordo di un altro è un colpo al cuore (impossibile che abbia falsificato anche lui, non si può sognare in due lo stesso sogno). E’ terribile incontrare qualcuno che ti dice: sì, era dolce quel giardino colmo di profumi acuti, di rose, cedrina, gelsomini e artemisia. Ma è peggio, molto peggio trovarsi tra le mani qualche brandello di realtà, un oggetto sopravvissuto e solo. Allora sono lacrime. Mai, mai più. Mai più vedrò il mio nonno amatissimo, mai più le scale il caffè le voci, mai più voi così vivi sarete vivi. Solo io, ancora per un po’. Poi mai più, anch’io.
Del dopo, come tutti, non so nulla, però conosco il passato. L’eterno si vive in negativo, è il buco nero che inghiotte il presente, i fatti, le persone e persino le cose, persino il paesaggio e tutto ciò che dovrebbe essere duraturo e solido, nato per sfidare lo sgretolamento del tempo. E’ la smemoratezza contro cui lottiamo per salvare, più che i nostri ricordi, noi stessi. La memoria svanisce, e non sarà più a contatto con l’evento da ricordare. I fatti perdono odori e sapori, calore, vita, immediatezza, e poi sbiadiscono senza che noi possiamo trattenerli, e puoi cantare per ammansire le fiere, puoi essere un poeta e chiamare Euridice, Euridice: inutilmente. Ti volti indietro e vedi Euridice allontanarsi, mentre tu resti lì inebetito, con la cetra in mano. Aveva ragione Annamaria Ortese quando diceva che la letteratura non è che il ricordo di patrie perdute, la malinconia dell’esilio. Si scrive per ricongiungersi all’origine, e per tendere una mano a chi verrà dopo di te; insomma per radicarsi nel tempo, e non fluttuare come trucioli sull’acqua. Penso all’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, allo sforzo di tante persone comuni di narrare, narrare, narrare la propria vita, di lasciare il segno scrivendo storie private che alla fine magari si perderanno e che forse nessuno leggerà.
C’è un racconto di Kundera su una donna che ha lasciato, nella patria in cui non può tornare, le lettere e i diari del marito morto. Lei vuole disperatamente riaverli, perché le sono necessari. Solo quegli scritti possono fermare la perdita della memoria: “Giacché se il malcerto edificio dei ricordi crollasse come una tenda mal montata, a Tamina resterebbe solo il presente, questo nulla che avanza lentamente verso la morte”. Il volto del marito pian piano si sfoca, perde dettagli, nonostante l’esercizio quotidiano sull’unica foto di lui che le è rimasta, quella, logora e poco somigliante, del passaporto. Ma tutti gli sforzi le confermano soltanto che l’immagine dell’uomo amato si sta irrevocabilmente dissolvendo. Per questo vuole rientrare in possesso dei preziosi documenti rimasti a Praga. “Naturalmente sapeva che nei diari c’erano molte cose non belle, giorni di insoddisfazione, di litigi, o anche di noia, ma non era questo il punto. Non voleva restituire al passato la sua poesia. Voleva restituirgli il suo corpo perduto”. Per riavere il corpo perduto della sua storia d’amore, Tamina accetta di fare l’amore con il corpo fin troppo presente di un estraneo che la disgusta, un uomo che potrebbe recuperarle il pacco con i diari e le lettere. Ma i desideri dei due sono sfasati, ognuno chiede ottusamente all’altro qualcosa che non può dare, e Tamina non riavrà il suo tesoro.
Le cose che ricordo (sempre meno) sono momenti che emergono qua e là come atolli assediati dal mare dell’incoscienza. L’incoscienza viene sempre definita come una condizione, invece è un movimento, un’onda leggera, continua e insistente, che tutti i giorni della vita sciacqua la memoria e si porta via un po’ di te. Il buio degli occhi, il buio della mente non mi spaventano. O forse solo un istante, come vedere una macchina che ti arriva addosso, sapendo che non la puoi evitare. Mi spaventa invece che la pellicola dei ricordi possa sgranarsi, annerirsi, fino a non poter più essere proiettata.
Però se esiste il mai, esiste il sempre. Nessuno può averne esperienza, ma se ne trovano tracce evidenti nel tentativo umano di produrre cose che possano durare nel tempo, opere d’arte e monumenti, scrittura e imperi, famiglia e amori. La felicità astratta del sempre si può intuire al rovescio, attraverso il dolore concreto del mai, ma anche attraverso la tensione che ci porta a lottare contro la precarietà degli affetti, delle cose, e del nostro passaggio sulla terra. Sì, certo, si può aspirare a perdersi nella pura presenza, essere tra quelli per cui la vita significa “to-be-visible-now”, ma è raro che non si cerchi, in qualche momento della vita, di lasciare un piccolo segno duraturo, di costruire qualcosa che resti anche solo per un po’, dopo che ce ne siamo andati. La memoria, e il culto che ne abbiamo, è il baluardo che fabbrichiamo contro il nulla, la bandiera della nazione umana che passa di mano in mano, perché deve assolutamente essere salvata.
Va bene, ma come lo immagini il dopo? Questa è la domanda. La memoria come argine al nulla vuol dire che sei disperatamente rassegnata al nero totale dell’annientamento? Che non c’è un dopo, ma solo un breve adesso? No, io lo so che esiste il sempre, se non altro perché lo immaginiamo. Esiste nell’affannoso tentativo di ricrearlo in terra, di goderne il baluginìo, di prometterlo e sentirsene invasi. Esiste nel terrore di dimenticare ed essere dimenticati, di non saper tenere nel cuore la vita degli altri. Esiste nel selvaggio desiderio di generare, nella volontà cieca di perpetuare la fragilità e mortalità umana per poter amare. E allora come non credere che ci sia un invisibile luogo del sempre, esattamente come in fondo all’isola c’era quella casa in cui non potrò più abitare?
Tornare alla casa del padre, è stato detto: il dopo come un nostos definitivo. E’ lì che tutto tornerà intero e ricomposto, e la pace non sarà assenza di conflitti ma pienezza del desiderio che non desidera più. Come un lungo assolato pomeriggio estivo di paese, in cui non c’è proprio nulla da fare se non giocare a carte con gli amici, fare due passi in piazza, consumare una granita al bar. La noia felice senza strappi al cuore, perché ho tutto quello che voglio, le persone (e gli animali) a cui ho voluto bene. Non c’è niente da rincorrere, non c’è assenza, non c’è male, non è nemmeno necessaria la pietà.
L’eterno lo penso come un pomeriggio passato nell’attesa pigra di ombre che non arrivano; un luogo bulgakoviano, dove si scioglie il rimorso e il tormento. Come la passeggiata nel plenilunio che regala a Ponzio Pilato, il feroce quinto procuratore della Giudea, il perdono e la pacificazione: “Dal letto fino alla finestra si stende una vasta strada illuminata dalla luna, e lungo questa strada sale un uomo dal mantello bianco foderato di rosso sanguigno, e si mette a camminare verso la luna. Accanto a lui cammina un giovane col chitone lacero e il volto deturpato. Camminando, parlano con calore, discutono, vogliono accordarsi su qualcosa.
– Numi, numi! – dice, rivolgendo il volto altero al compagno, l’uomo col mantello. – Che supplizio triviale! Ma tu, ti prego, dimmi – il suo volto, qui, da altero si fa implorante – non c’è stato, il supplizio! Ti scongiuro, dimmi che non c’è stato.
– Ma certo che non c’è stato – risponde con voce roca il compagno, – ti è apparso soltanto.
– E lo puoi giurare? – prega insinuante l’uomo col mantello.
– Lo giuro! – risponde il compagno, e i suoi occhi, chissà perché, sorridono.
– Non ho più bisogno di nulla! – grida con voce esausta l’uomo col mantello, e sale sempre più in alto verso la luna, traendo con sé il compagno. Dietro di loro cammina, tranquillo e maestoso, un gigantesco cane dalle orecchie aguzze”.
Il male che abbiamo fatto, e quello che abbiamo subìto, non c’è stato. Nessuno ha mai lasciato che uccidessero l’Innocente, e Pilato può passeggiare al suo fianco, conversando di filosofia e di morale, senza avere più bisogno di nulla.
Non so, forse tutto questo è troppo poco, una visione un po’ terra terra. Ma non ho mai capito l’essere qui senza l’ombra del sempre e del mai, l’ombra dell’impensabile. Sbarrare la porta di fronte al mistero che non sappiamo indagare e decifrare, per esempio non ammettere la possibilità che Dio esista, mi sembra profondamente irrazionale. I popoli che non sanno contare conoscono solo quello che toccano; si passa dall’uno al due, al massimo al tre, e poi subito si salta al “molti”. Molti “come i capelli in testa” o come “il gregge”, o “le stelle in cielo”, sempre riferito a un’esperienza concreta, a qualcosa di visibile. Cercare di contare oltre il due o il tre provoca in loro disorientamento, confusione emotiva, a volte panico: un’equivalenza è impossibile, ogni proposta di scambio può celare la truffa. Noi, invece, sappiamo contare benissimo. Eppure di fronte a quello che non tocchiamo, o che non possiamo conoscere con i rassicuranti strumenti della scienza, ci turbiamo, neghiamo, ci difendiamo con l’arroganza di chi non sa di non sapere.
Io non so, ma immagino. E la capacità di immaginare è per me la prova che l’eterno è possibile, se non altro perché è costitutivo dell’umano pensarlo.
Sarà il mio infinito pomeriggio isolano, vissuto senza fretta, in cui rivedrò il sorriso di chi ho amato; giocherò a scopa con mio nonno, e forse, qualche volta, lo batterò.

© Il Foglio, 9 agosto 2007

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giovedì, 24 maggio 2007

Martini: «Gesù di Nazaret»? Avrei voluto scriverlo io, ma sono contento che lo abbia fatto il Papa

Gesù di NazaretIeri, presso la sede dell’Unesco a Parigi, il cardinale Carlo Maria Martini ha presentato “Gesù di Nazareth”, il libro del Papa. Così come avviene ogni volta che a parlare è l’arcivescovo emerito di Milano, i nostri organi d’informazione hanno nuovamente tentato di innescare la solita polemica che vuole il presule sempre contrapposto al Santo Padre. Probabilmente una simile lettura dei fatti la darà anche Antonio Socci domani, quel che è certo però è che tale opinione se la saranno fatta tutti i lettori del Corriere della Sera che si sono soffermati alla sola lettura del titolo scelto da via Solferino: «Ammiro il Gesù di Ratzinger, ma non è l’unico». Un titolo decisamente fuorviante soprattutto perché la parola «unico», che il Corriere riporta tra virgolette e quindi attribuibile all’autore, non viene pronunciata nemmeno una volta da Martini nel discorso durato circa mezz’ora. In esso, invece, attraverso un’esplicazione basata su cinque iniziali quesiti, si afferma che il libro scritto dall’attuale Pontefice non solo propone un «Gesù» molto attuale, ma è anche un esame dei Vangeli che sconfessa «l’imperialismo del metodo storico critico» e propone una «riflessione sulle conseguenze della incarnazione per il presente».
Il card. Martini, inoltre, affrontando il quinto quesito formulato all’inizio della presentazione, ovvero «Che giudizio dare sul libro nel suo insieme?», afferma: «A mio avviso, il libro è bellissimo, si legge con una certa facilità e ci fa capire meglio Gesù Figlio di Dio e al tempo stesso la grande fede dell’autore». Poi, quasi alla fine della sua dissertazione, si lascia andare ad una confidenza: «Pensavo anch’io, verso la fine della mia vita, di scrivere un libro su Gesù come conclusione dei lavori che ho svolto sui testi del Nuovo Testamento» e conclude con queste parole: «Ora, mi sembra che questa opera di Joseph Ratzinger corrisponda ai miei desideri e alle mie attese, e sono molto contento che lo abbia scritto. Auguro a molti la gioia che ho provato io nel leggerlo».
Insomma, tutto il contrario di quanto lascia intendere il titolo scelto dai Mieli boys i quali, c’è da scommettere, si saranno morsi le dita quando, leggendo le parole pronunciate dal card. Martini, hanno dovuto constatare che si trattava di un vero e proprio “inno” al libro del Papa.
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venerdì, 09 febbraio 2007

L'UOMO È FATTO PER IL PERDONO, NON PER LA VENDETTA

13-pieta-2k1Capita, tante volte, che riflettendo su avvenimenti gravi della vita, sia pubblica che privata, ci si ritrovi a chiedersi: perché? Perché accade questo? Una domanda che spesso non trova un’immediata risposta ma che, nonostante ciò, non si può smettere di porsi. Un delitto efferato come quello compiuto dai coniugi Romano ad Erba, dove anche un bimbo di due anni viene sgozzato senza alcuna pietà perché reo di portare disturbo ai vicini, o l’omicidio dell’ispettore Filippo Raciti, tale domanda la ripropongono con forza. Ci si chiede: perché vale la pena vivere, e vivere bene, se poi tutto sembra finire nel nulla? Perché una donna che è generatrice di vita per eccellenza, dinnanzi allo sguardo impaurito di un bimbo invece di provare amore o pietà verso quella creatura decide di togliergli la vita? Cos’è che spinge un giovane diciassettenne a scagliarsi in modo così violento contro un uomo che potrebbe essere il proprio padre?

Si tratta di domande che inevitabilmente mettono in discussione anche il senso ultimo della vita perché la ragione non fa sconti alla sua pretesa di spiegare gli avvenimenti personali e del mondo, ed ha bisogno di certezze e risposte chiare che non ammettano giustificazioni. Eludere tali interrogativi, infatti, significherebbe condannarsi al nichilismo dove tutto può accadere, ma nulla sembra acquistare vero significato.

Il mondo in cui viviamo, dominato com’è dai mezzi d’informazione che spesso distorcono la realtà, di certo non aiuta a compiere un cammino di vera comprensione di quanto accaduto, e ciò nonostante i delitti citati siano stati sviscerati quasi in ogni loro singolo aspetto. Il giudizio a cui si viene rimandati risulta fuorviante non fosse altro perché ciò che più conta di questi drammatici avvenimenti si è preferito quasi tacerlo, sminuirlo se non addirittura censurarlo.

Perdonare i carnefici dei propri familiari o non provare rabbia nei loro confronti, così come hanno fatto il sig. Castagna e la giovane moglie di Raciti, è qualcosa che ormai non riusciamo più a comprendere. Non siamo più educati a comprendere parole come “perdono” e “misericordia” o “pena”, mentre ci risultano di più facile comprensione insolite parole quali quelle pronunciate da uomini di Chiesa che si permettono di asserire che "il perdono da cristiano superman non convince, questi slanci non sono giusti, non funzionano, il perdono in automatico non esiste, non è giusto, non è umano, non è autentico".

A dominare è l’istinto, dunque, e non più la ragione e l’istinto ci dice che l’atteggiamento giusto da tenere di fronte al male è quello grondante odio e vendetta di Azous Marzouk o quello di chi, nonostante il dramma consumatosi a Catania, continua a imbrattare i muri con scritte infamanti nei confronti di chi indossa una divisa solo perché cattivi maestri hanno insegnato loro che le forze dell’ordine sono la branca oppressiva dello Stato.

Cattolici (non tutti per la verità) e laicisti (quest’ultimi però sarebbero anche giustificati) hanno preferito “allinearsi” a un’idea di giustizia sommaria che sarà pure “politicamente corretta” agli occhi del mondo, ma che allo stesso tempo risulta quanto di più lontano ci possa essere dalle esigenze più profonde del nostro cuore.

L’uomo è fatto per il perdono, non per la vendetta e questo spiega perché dinnanzi all’indulgenza del signor Castagna e alle commoventi testimonianze di Fabiana e di sua mamma, e perché no anche del piccolo Alessio, in fondo in fondo - e magari anche senza volerlo ammettere - tutti ci siamo sentiti un po’ come rassicurati. L’odio è un sentimento difficile da gestire e lo è perché il perdono e la misericordia corrispondono al nostro cuore molto più che la vendetta. Perdonare o non provare rabbia, però, è possibile solo se nella propria vita si è incontrato qualcuno che, con certezza, ci ha indicato qual è il vero senso della vita. Le storie del sig. Castagna, e dalla sua povera moglie, e quella di Filippo Raciti, e della sua famiglia, proprio a questo richiamano, al fatto che fuori dall’esperienza cristiana il perdono è impossibile oltre che inspiegabile.

Ecco perché è importante riconoscere il valore del cristianesimo nella nostra società: lontano da questa esperienza vissuta a prevalere è il nulla e ad avanzare è la barbarie. Esattamente come ha messo bene in evidenza Mel Gibson nel suo splendido – seppur realisticamente duro – “Apocalypto”.

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categoria: cultura, societa, educazione

mercoledì, 04 ottobre 2006

Per sopravvivere la sinistra ha bisogno del cattivo di turno

Come scritto ieri, approfittando dell’uscita de «La grande bugia», con gli amici di Radio Formigoni abbiamo cercato di capire come mai le critiche ai libri di Gianpaolo Pansa vengono mosse solo ed esclusivamente da ambienti e da intellettuali che esplicitamente si richiamano alla cultura e ai valori politici rappresentati dalla sinistra.

E’ stata abbozzata una risposta che oggi viene egregiamente completata ed approfondita, sulla prima pagina del Corriere, da un magistrale Ernesto Galli della Loggia.

Assolutamente da non perdere.

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categoria: cultura, libri, comunismo, sinistra, bugie

martedì, 03 ottobre 2006

La grande bugia, perchè le critiche sono solo di sinistra?

Gianpaolo Pansa - Foto di Elisabetta Catalano
Nel post in cui presento, molto modestamente, il nuovo libro di Gianpaolo Pansa ho richiamato le critiche che, nel corso degli anni seguiti alla pubblicazione de “Il sangue dei vinti”, sono state rivolte allo scrittore – giornalista piemontese. Critiche per lo più dovute a quanto Pansa ha scritto e raccontato attraverso i suoi libri circa la storia della Resistenza. A quanto pare, i miti costruiti dall’agiografia ufficiale attorno a tale periodo storico per qualcuno sembrano essere intoccabili.
Oggi è proprio questo che assieme agli amici di Radio Formigoni, attraverso un mio intervento radiofonico la cui registrazione potete ascoltare collegandovi alla radio e accedendo alla sezione riservata all’archivio delle interviste, abbiamo cercato di approfondire:  per quale motivo i libri di scrittori di sinistra come Gianpaolo Pansa fanno discutere e provocano accesi dibattiti proprio all’interno di quegli ambienti che più di ogni altro si richiamano ai valori politici e culturali incarnati da quello che fu il PCI. Anche perché, e questo è il risvolto positivo della medaglia, c’è una buona fetta di italiani, “Il sangue dei vinti” ha venduto 400 mila, che i libri di Pansa li legge volentieri. Come anche dimostrano le oltre 2 mila lettere che persone desiderose di raccontare la propria storia hanno inviato allo scrittore.
Una possibile risposta, ma invito tutti ad intervenire sul tema, potrebbe essere che la qualità del nucleo storico, politico e polemico di libri come “La grande bugia” si può ridurre ad un solo aggettivo: micidiale. E non soltanto perché ridefiniscono alcuni aspetti della guerra di liberazione, ma soprattutto perché, e questo è il tratto politicamente bruciante e imbarazzante, mettono a fuoco l’identità e il ruolo che il Partito Comunista ha avuto nella storia italiana. Facendola a pezzi.
Il punto centrale delle tesi sostenute da Pansa si può riassumere nel fatto che «per molti quadri del PCI la guerra di liberazione era soltanto un capitolo di una grande guerra europea prossima ventura» e, poiché essi si consideravano «comunisti staliniani ancor prima che comunisti italiani», la conseguenza politica che ne deriva è che il PCI, una volta vinta la guerra, era intenzionato ad instaurare su suolo italiano «una democrazia popolare comunista dominata da un partito unico e subalterna al totalitarismo sovietico».
La versione di Pansa sulla resistenza, inevitabilmente, induce a rileggere sotto una luce diversa tutto quanto avvenne nel dopoguerra e poiché ogni fatto viene sottoposto ad una spietata revisione, forse è proprio questo il peccato più grave che a Pansa gli viene imputato dai suoi nemici.
Non bisogna dimenticare, infatti, che a scrivere la storia spesso sono i vincitori e riscriverla a volte può far comprendere che questi tanto vincitori alla fine non lo sono stati.
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categoria: cultura, libri, comunismo, sinistra, bugie

lunedì, 02 ottobre 2006

La grande bugia

Esce domani in tutte le librerie l’ultima fatica letteraria di Giampaolo Pansa edita dalla “Sperling e Kupfer”. A giudicare dal titolo, «La grande bugia - Le sinistre italiane e il sangue dei vinti», c’è da scommettere che anche questo nuovo libro sarà accompagnato da polemiche e non mancherà di attirare nuove critiche al suo autore.
“La grande bugia”, dopo il «Il Sangue dei vinti», «Prigionieri del silenzio» e «Sconosciuto 1945», è un ulteriore tassello che si aggiunge a quel filone storiografico che con grande fatica sta svelando i misteriosi buchi neri che ruotano attorno alla storia del nostro dopoguerra, ed è anche una sorta di rivincita che, con “una cattiveria allegra” della quale si dice essere “molto felice”, lo scrittore - giornalista piemontese si è voluto prendere nei confronti dei suoi tanti detrattori che in questi anni non hanno fatto altro che lanciargli pesanti accuse di «revisionismo».
Accuse che spesso sono cadute nel ridicolo. Come quella sera a Reggio Emilia quando, presentando “Sconosciuto 1945”, «dopo un cenno critico nei confronti dell’ANPI, - scrive Pansa - fui duramente contestato da un consigliere regionale dei Ds, Gianluca Rivi e successivamente da un altro esponente della sinistra reggiana Paolo Bonacini, direttore di un’emittente locale. Quest’ultimo per la foga di attaccarmi inciampò in un clamoroso autogol culturale affermando che ai miei libri preferiva quelli scritti da Beppe Fenoglio o “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola. Evidentemente non era a conoscenza del fatto che questi due scrittori erano stati messi all'indice dal Pci e proprio per aver raccontato la guerra civile come non piaceva al partitone rosso di quei tempi».
A numerosi episodi come questi, tutti corredati da nome e cognome dei protagonisti, Pansa affianca anche tante tragiche storie di uomini che uscendo di casa non vi fecero più ritorno. Accadde così, la sera della vigilia dell’Epifania del 1946, ad Anno Manfredi il quale «verso le otto, dopo aver cenato, esce di casa per andare a comprare i cioccolatini da mettere nella calza della Befana per il figlio Giuseppe. […] Anno riprende la sua bici e parte per ritornare a casa. Ma a casa non ci arriverà mai». Il figlio Giuseppe ancor oggi, nonostante sessant'anni di ricerche, non è riuscito a trovarne i resti.
Se queste sono le premesse del libro non è difficile immaginare che esso, in un contesto dove per più di 50 anni la Resistenza è stata monopolio quasi assoluto della storiografia d'impronta comunista e soprattutto del Pci che è arrivato a far credere agli italiani di esser stato l'unico partito a fare la guerra ai fascisti e ai tedeschi dopo l'8 settembre, è destinato a provocare un terremoto culturale. Anche perché per Pansa omicidi come quello di Anno Manfredi furono il risultato di operazioni pianificate da veri e propri “squadroni della morte” e questo, si sa, in un paese fazioso come l’Italia, dove i fascisti sconfitti non hanno mai potuto raccontare in pubblico ciò che gli è accaduto, è vietato anche solo pensarlo.
In un Paese normale, invece, libri come “La grande bugia” si leggerebbero per quello che sono, cioè per approfondire la storia che ha interessato i propri padri. Da noi invece scatenano violente polemiche che spesso sfociano in una vera e propria censura degli autori i quali non di rado finiscono per cadere nell’oblio. Questo fortunatamente non è il caso di Giampaolo Pansa il quale ancora una volta potrà vantare il merito di aver fatto conoscere in modo completo, senza omissioni troppo scandalose e soprattutto senza tante bugie, la storia a quei milioni di italiani che pur non essendo fascisti nemmeno si riconoscono nelle posizioni dell'Anpi o dei vecchi del Pci.
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categoria: cultura, libri, comunismo, sinistra, bugie

giovedì, 16 marzo 2006

EMERGENZA EDUCAZIONE

Dialogo sul testo di Mons. Giussani

"Il rischio educativo"

Il rischio educatico

Venerdì 17 marzo 2006, ore 17.30  

rettorato Università di Messina

Interverranno: 

Francesco Tomasello - Rettore Università di Messina

Renato Farina - Vicedirettore di Libero

Gerardo Iacopino - Università di Messina

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categoria: cultura, educazione

La video testimonianza
del dott. Mario Melazzini,
malato di sla

La malattia che mi uccide
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Appello al pres. della Rai

Dal momento che la sua televisione degrada l'ammnistrazione della giustizia penale ad uso demagogigo e politico; vista la tendenza ad eseguire processi sommari, anche in assenza dell'imputato; constatata una evidente e sistematica propensione allo scandalismo diffamatorio in funzione degli ascolti

i sottoscritti firmatari chiedono che il giornalista Michele Santoro sia immediatamente rispedito a Strasburgo, e oltre.

Giuliano Ferrara, Andrea Marcenaro, Annalena Benini, Nicoletta Tiliacos, Stefano Di Michele, Ubaldo Casotto, Daniele Bellasio, Luigi De Biase, Claudio Cerasa, Giorgio Dell'Arti, Christian Rocca, Maurizio Crippa, Cristina Giudici, Sandro Fusina, Carlo Rossella, Lanfranco Pace