giovedì, 08 maggio 2008

Per l'uomo la fede è il dono più grande

Il nuovo libro di Magdi Cristiano Allam – edito da Mondadori (pag. 204, €18) e in uscita nelle librerie il prossimo 9 maggio – ha un titolo insolito per i tempi in cui viviamo: «Grazie Gesù. La mia conversione dall'islam al cattolicesimo». Un titolo davvero inconsueto per un libro se si pensa che uno dei cardini fondamentali del pensiero politically correct impone una sorta di rinuncia della propria identità. Rinuncia giustificata dalla volontà di non urtare la sensibilità di coloro che professano una religione diversa da quella cattolica, ma che il più delle volte si traduce in una regola applicata a senso unico, ovviamente a discapito dei cattolici, ai quali viene richiesta una sorta di abiura delle proprie radici cristiane in nome di uno strano concetto di tolleranza religiosa che spesso, nell’accezione comune, è da intendersi come sinonimo di indifferenza.
«Grazie Gesù» verrà presentato al grande pubblico dal prestigioso palco della Fiera del libro di Torino, domenica 11 maggio alle 15.30, presso la Sala dei 500. Nel sito web www.magdiallam.it, oltre ad essere riportati ampi stralci del primo capitolo, «Il mio battesimo», l’autore del libro spiega che aver ricevuto “il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile” e che quello del battesimo è “stato il giorno più bello della mia vita”. Un giorno “unico e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato”, poiché nella “notte del 22 marzo 2008, ricorrenza della Veglia Pasquale, durante la solenne liturgia celebrata nella magnificenza della Basilica di San Pietro, culla della cattolicità, sono rinato in Cristo”.
Con la sua testimonianza Magdi Cristiano Allam centra la questione eminente di tutto il problema cristiano che altro non è che l’accadere, anche per i laici, della creatura nuova di cui parla san Paolo. Cos’è infatti il cristianesimo se non l’avvenimento di un uomo nuovo che per sua natura diventa un protagonista nuovo sulla scena del mondo? E così se da un lato per Allam ““Grazie Gesù” è indubbiamente il libro autobiografico più significativo”, rappresentando “il punto di approdo di un lunghissimo percorso esistenziale e spirituale”, dall’altro è anche il punto di partenza di chi ha imparato e si è “convinto che la testimonianza della propria fede sia l’impegno più rilevante a cui siamo chiamati” per tutta la vita.
Chi vive l’esperienza della conversione al cristianesimo, certamente, sa che ci vuole “del tempo affinché questa adesione alla fede in Gesù sia sempre più piena e partecipe”, sa anche che all’inizio ci si sente “come un bambino che sta sperimentando i primi passi della sua nuova vita cristiana. Incontrando Cristo è inevitabile che ci si spogli dell’uomo vecchio per rivestirsi di quello nuovo, si tratta di una dinamica che, tra le altre cose, genera tanta “voglia di camminare e di correre da cristiano”.
Saranno in tanti a condividere il cammino di Magdi Cristiano Allam e tanti saranno coloro che, assieme a lui, continueranno a manifestare la propria gratitudine al Figlio di Dio pronunciando le parole “Grazie Gesù": per l’uomo, per ogni uomo, la fede è il dono più grande e bello che possa ricevere.
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martedì, 06 maggio 2008

«Grazie Gesù. La mia conversione dall'islam al cattolicesimo»

Magdi AllamDopo il battesimo un nuovo libro. La nuova fatica letteraria di Magdi Cristiano Allam, che ha per titolo «Grazie Gesù. La mia conversione dall'islam al cattolicesimo» (Mondadori, pagine 204, €18), sarà presente in tutte le librerie a partire dal prossimo 9 maggio. Il libro verrà presentato in anteprima alla Fiera del libro di Torino domenica 11 maggio, nella Sala dei 500, alle 15.30.

Di questa importante novità editoriale trovate notizia sul Corriere della Sera e nel sito web di Allam, dove potete leggere il primo capitolo del libro intitolato «Il mio battesimo».

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lunedì, 21 aprile 2008

Epigrafi

colonna

Su una colonna di 2000 anni fa c'è incisa un'epigrafe  per un cane, si, per un cane. La scrisse un legionario romano e  per me, è di una bellezza straordinaria, commovente. Quanti uomini se ne potrebbero avvalere? Tradotta dice: a guardia dei carri non latrò mai invano. Ora, senza voler assolutamente recar torto ai cani, adattiamola, che so, ad un parlamentare contemporaneo: a guardia dei carri latrò rumorosamente, sempre e per il nulla, ne organizzò e collaborò al furto. Per ampliare,  la prima parte dell'adattata epigrafe, si addice molto a certi preti, prelati e priori, con la p, come pirla.

Triario

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mercoledì, 26 marzo 2008

«Gli stupidi impressionano, non foss’altro che per il numero»

di Maria Gloria Riva

Scrisse Bernanos: «Gli stupidi impressionano, non foss’altro che per il numero». È purtroppo la constatazione amara che si prova leggendo fiumi di inutili parole lungo le colonne di molti quotidiani. Leggo di gente che non prova “eccitazione” alcuna di fronte al “passaggio di campo (sic) di Magdi Allam dalle schiere dell’Islam a quelle cristiane”. Si parla di spot pubblicitario e di sbandieramento di una conversione e si definisce la sofferta lettera di Magdi sul “Corriere della Sera”, una “lunga esternazione nella quale è difficile trovare i segni di quella luce divina che l’avrebbero spinto al grande passo”! Scusate, ma non si può tacere di fronte a chi si permette di giocare a dadi con la vita altrui soltanto per virtuosismi e schieramenti!
Io sono cattolica, sono fiera di appartenere a una chiesa che è quella del grande Ambrogio, del grande Agostino, delle grandi monache come Santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena fino a santi Martiri giornalisti come Massimiliano Kolbe, Edith Stein e Tito Bandsma. I quali grazie a Dio non hanno mai considerato la loro fede, né la loro conversione come un “evento intimistico che conduce a una conquista (sic) maturata per sé e non per gli altri”.
Forse chi si esprime così non ha mai sentito parlare dei primi secoli della Cristianità, dei martiri di ogni tempo e di ogni latitudine che non hanno mai vissuto la loro fede come un evento intimistico e per sé. Forse ci siamo dimenticati che la fede si matura dentro una comunità cristiana e che proprio perché la fede è pubblica e deve avere una visibilità certi sacramenti devono essere vissuti nella pienezza e nella trasparenza di una vita consona a ciò che si professa.
Che la Chiesa non sia del mondo, siamo tutti d’accordo, ma che non sia nemmeno nel mondo: questo poi no. Che l’adesione a Cristo sia un fatto personale, d’accordo ma che sia un fatto privato, cari miei cristiani della domenica proprio assolutamente no. Nessuna fede è un fatto privato, nemmeno quella mussulmana da quel che mi risulta.
Inoltre questi giornalisti forse non sanno leggere il giornale, forse non si sono accorti di come l’“esternazione” di Magdi sul Corriere della Sera sia stata impaginata. Forse non hanno capito la discrezione di una lettera che il vice direttore (in forma, appunto, personale) scrive al Direttore del Corriere. E certamente non sanno, come so io, quanto sia stata coordinata e decisa la modalità con cui dare la notizia e non certo da un Allam desideroso di far mostra di sé.
Chi ha visto Magdi in azione, chi lo conosce nel quotidiano o chi semplicemente lo ha potuto osservare mentre accosta le persone, o firma i suoi libri, sa come egli sia lontano da ogni celebrazione trionfalistica di sé e di come tratti con la stessa profondità e cura la donnetta pensionata e l’uomo pubblico altolocato. Chi lo conosce capirà, senza certo bisogno di questa mia replica, quanto queste espressioni siano meschine e tese a screditare un evento che forse, dovrebbe smuovere le loro coscienze. Ma che dico? Forse è proprio così: certo chiacchiericcio si leva proprio perché le coscienze sono smosse e occorre metterle a tacere.

Tratto dal sito CulturaCattolica.it

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mercoledì, 01 agosto 2007

«Così mi vogliono morto»

Il giornalista e scrittore Magdi Allam - per la prima volta e in esclusiva per L’informazione - commenta il manifesto con cui i suoi detrattori lo vogliono mettere all’indice.Tra loro anche l’amministrazione comunale di Novellara e il docente Alberto Melloni. «Quell’infame documento è un incitamento a chi mi vuole morto, un plotone d’esecuzione mediatica. Sulla mia testa già incombe la fatwa dei terroristi islamici».

Magdi Allam«Quel manifesto è un incitamento a proseguire il piano criminoso di coloro che mi vogliono morto».
È durissimo il giudizio che lo scrittore e giornalista Magdi Allam esprime - per la prima volta ed in esclusiva per L’informazione - sulla vergognosa sottoscrizione comparsa sul periodico Reset contro la sua persona dopo la recente uscita del libro “Viva Israele”. In calce all’anatema compaiono le firme anche di due reggiani: l’assessore novellarese Paolo Santachiara e il docente universitario Alberto Melloni. Ad esso, hanno poi assicurato il loro appoggio il sindaco di Novellara Raul Daoli, e il giovane reggiano di origine marocchina Khalid Chaouki.
Rincara poi la dose il coraggioso intellettuale che da anni - non solo dalle pagine del Corsera di cui è vicedirettore, ma anche con saggi e interventi pubblici - mette in guardia dai tragici rischi che corriamo nell’ospitare nel nostro Paese un Islam deformato dall’ideologia e dal fanatismo: «Quell’infame manifesto è un pessimo esempio di contraddittorio intellettuale. È un atto di inciviltà, un delitto di valori come libertà e democrazia. È un plotone di esecuzione mediatica nel quale si tralasciano i fatti e vengo sommariamente condannato. È benzina sul fuoco nei confronti di una persona sulla cui testa già incombe la fatwa dei terroristi islamici».
Queste non sono parole che il giornalista di origine egiziana pronuncia a cuor leggero. Non sono uno sfogo estemporaneo dovuto all’indignazione del momento. Non sono la risposta impulsiva alla messa all’indice che ha subito. Sono la lucida e attenta lettura di un gravissimo, e intellettualmente disonesto, atto dalle conseguenze imprevedibili. Atto che mette ulteriormente a rischio la vita di un uomo che si sarebbe macchiato della colpa di denunciare per tempo il progetto criminale dei fondamentalisti islamici che sono in mezzo a noi.
«Dopo la pubblicazione di “Viva Israele”- entra nel merito della questione Allam - abbiamo assistito alla rivolta di una parte del mondo accademico che si è sentita colpita da una serie di critiche circostanziate che adducono fatti concreti. E cioè che diversi docenti hanno a più riprese espresso simpatia e solidarietà con estremisti islamici che predicano morte e distruzione. Sono sicuro che molti di coloro che ora mi criticano non hanno neppure letto il libro. Il loro è un pessimo e disonesto esempio di contraddittorio, che oltretutto confonde la posizione valoriale con quella politica».
Il vicedirettore del Corriere della Sera entra poi nel merito delle questioni aperte sul territorio reggiano: «L’Emilia è un territorio profondamente trasformato dal permissivismo delle autorità locali, affette da una sorta di deriva buonista della tradizione umanitaria di questa terra. Sfruttando la situazione favorevole, pericolosi gruppi islamici hanno trovato terreno fertile per radicarsi e camuffarsi in vario modo, per poi consolidarsi attingendo al benessere generale e ai fondi stanziati dalle istituzioni locali. Il drammatico risultato è la presenza di cellule terroristiche che gestiscono moschee dove si professa l’odio e la cultura della morte».
Secondo lo studioso, il fondamentalismo islamico non è la conseguenza di una condizione di emarginazione sociale ed economica e il suo proliferare nell’Emilia ne è la dimostrazione. Magdi Allam ricorda infatti che proprio tra Reggio, Sassuolo, Modena e Carpi, «si è radicato il potere e s’intensifica l’attività dei gruppi del Minhaj-Ul Quran, che dispongono di 17 moschee in Italia e sono ostili all’emancipazione della donna. Sono presenti anche i Tabligh, che predicano il califfato islamico e lo scorso aprile hanno radunato allo stadio di Bologna circa 8 mila adepti provenienti da tutt’Europa». Non dimentichiamo poi che proprio a Carpi - a ridosso del confine con il reggiano -, sono stati arrestati cinque pachistani coinvolti nell’ambito dell’operazione “Khiber pass”, che ha individuato una filiera bancaria islamica con una ramificazione internazionale, in grado di gestire dai 2 ai 4 milioni di dollari al giorno. Ancora mistero sui destinatari delle operazioni. Per nulla misterioso, invece, è il caso Daki: proprio a Reggio Emilia è stato infatti arrestato il marocchino (amico di Mohamed Atta, capo degli attentatori dell’11 settembre) accusato di terrorismo internazionale.
Magdi Allam concentra poi la sua attenzione sul rispetto delle leggi da parte degli stranieri che abitano in Italia: «Lo Stato deve assumersi la responsabilità di fare rispettare le leggi. I musulmani residenti in Italia sono cittadini che - allo stesso modo di tutti quelli che vivono in questo Paese -, devono attenersi alle stesse leggi, affidarsi alle stesse istituzioni, e condividere i valori fondanti della società italiana. In particolare, la sacralità della vita di tutti».
Altro nodo cruciale, è il ruolo delle moschee: «Devono essere bonificate dall’illegalità e dalle prediche d’odio. Fra le loro mura non si deve più fare politica, non si deve più fare ideologia, non si deve più indottrinare, non si deve più arruolare la gente. Esse devono essere riscattate all’identità italiana: non devono essere gestite dall’Ucoii o dai Fratelli musulmani. È necessario cacciare i predicatori d’odio e chiudere le moschee dove questo avviene. Va infine promosso un islam italiano in cui le moschee siano esclusivamente luoghi di culto».
Magdi Allam conclude poi il suo intervento riflettendo sul fatto che sul territorio reggiano è in programma la costruzione di diverse moschee: «Secondo autorevoli ricerche, ben il 95% dei musulmani che sono in Italia non frequenta luoghi di culto. Le moschee esistenti sono quindi più che sufficienti. Prima di autorizzarne di nuove, è assolutamente necessario bonificare quelle già esistenti, spesso mezzo privilegiato per l’indottrinamento ideologico. Non si può continuare a scherzare con il fuoco: questo non è più il tempo di sofismi e ambiguità».

© L'Informazione, 1 agosto 2007

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mercoledì, 01 agosto 2007

«Civiltà della vita e della libertà»

Così Magdi Allam descrive il contenuto di “Viva Israele”

Copertina del libro "Viva Israele"Dopo le minacce ricevute da Hamas per aver denunciato i kamikaze palestinesi, «la mia vita», sostiene Allam, «è diventata strettamente collegata alla sorte di Israele, per una mia scelta interiore di fede nella sacralità della vita e per una bizzarria del destino che ha voluto che fosse un musulmano laico a battersi in prima linea, anche a rischio di morire, per difendere il diritto all'esistenza dello Stato ebraico».
In quel clima, anche un ragazzo di grande sensibilità e educato in una scuola religiosa italiana come lui non era rimasto del tutto immune al pregiudizio anti-israeliano, che venne però spazzato via dalle esperienze successive: «In queste pagine di “Viva Israele” ho voluto raccontarvi il mio lento e sofferto percorso esistenziale dall'ideologia della menzogna, della dittatura, dell'odio, della violenza e della morte alla civiltà della verità, della libertà, dell'amore, della pace e della vita.
Fino a maturare il pieno convincimento che, oggi più che mai, la difesa del valore della sacralità della vita coincida con la difesa del diritto di Israele all'esistenza». Ecco perché questo libro autobiografico parla alle coscienze di tutti: «Dietro l'intransigenza con cui si tutela il diritto di Israele all'esistenza e alla pace c'è la fermezza con cui si protegge la nostra società dai pericoli di infiltrazione e legittimazione dell'ideologia della morte».

© L'Informazione, 1 agosto 2007

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lunedì, 23 luglio 2007

Perche’ non vogliamo vedere ciò che invece è evidente?

Quanto è stato scoperto a Perugia, dove un imam è finito in galera perchè incitava i suoi seguaci all’odio per i cristiani e gli ebrei, riporta il nostro paese – e quindi tutti noi – con i piedi per terra facendoci capire come anche l’Italia non sia esente dal rischio di attentati. Gli arresti di Perugia confermano ancora una volta l’esistenza nel nostro paese di un intreccio fisiologico tra il terrorismo islamico globalizzato e la rete delle moschee dove si inneggia alla «guerra santa» nel nome di Allah. Tutto questo ormai è evidente, allora “perchési chiede Magdi Allam - non riusciamo ad affrancarci da questa minaccia che incombe sulla nostra vita e che condiziona la nostra libertà?

La prima ragione – spiega sempre il Vicedirettore del Corriere della Sera - è che la magistratura e più in generale il mondo politico, intellettuale e giornalistico continuano a voler ascrivere la predicazione d'odio nell'ambito della libertà d'espressione. […] La seconda ragione è che fatichiamo ad assumere la piena consapevolezza che la vera arma del terrorismo islamico globalizzato non sono gli esplosivi o le pistole, ma il lavaggio di cervello che trasforma le persone in robot della morte. E che ciò avviene all'interno delle moschee, nell'ambito di una filiera che parte dalla predicazione d'odio che inculca la fede nel cosiddetto «martirio» islamico, si passa all'arruolamento in gruppi terroristici, poi all'addestramento all'uso delle armi e degli esplosivi, infine si arriva alla fase dell'attuazione dell'attentato terroristico vero e proprio”.

In Italia e in Europa di tale situazione non si riesce o non si vuole prenderne atto per semplici e puri motivi ideologici, anzi alcune iniziative - come è stato scritto nei giorni scorsi – rischiano di aggravare ulteriormente la situazione mettendoci tutti in serio pericolo.

Non è finanziando corsi di lingua italiana nelle moschee, infatti, che si integrano gli immigrati. Tale obiettivo lo si potrà raggiungere, se mai lo si raggiungerà, solo attraverso un serio progetto culturale tramite il quale trasmettere, a tutti colo che intendono risiedere stabilmente nel nostro paese, non solo le normali regole del vivere civile e i valori custoditi dalla nostra Carta Costituzionale, ma anche i valori sociali e religiosi che fondano la bimillenaria storia della nostra identità. Strade alternative a questo percorso purtroppo, allo stato attuale, non se ne intravedono.

Un ministro ideologico come Paolo Ferrero un concetto basilare come quello appena espresso riuscirà mai a comprenderlo?

Ne dubitiamo, visto che anche Souad Sbai, presidente delle donne marocchine in Italia, lo ha fermamente criticato per le modalità con il quale ha realizzato il progetto pilota “Laboratorio Cittadinanza”.

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venerdì, 20 luglio 2007

Giù le mani da Magdi Allam

Magdi AllamChe le tesi sostenute da Magdi Allam risultino indigeste a molti è un fatto che non ha bisogno di conferme, ma che addirittura vi possa essere chi, non avendo nient’altro di meglio da fare, decida di promuovere un appello contro la sua persona, beh… questo francamente è troppo. Nei giorni scorsi, infatti, sull’ultimo numero di «Reset», la rivista diretta da Giancarlo Borsetti, è stato pubblicato un documento, sottoscritto da numerosi studiosi di vaglia, tra i quali Paolo Branca e David Bidussa, Angelo d’Orsi e Ombretta Fumagalli Carulli, Patrizia Valduga ed Enzo Bianchi, estremamente critico nei confronti di «Viva Israele», l’ultimo libro di Magdi Allam, per via della sua «sfrontatezza», per di più «lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale», indice di «un preoccupante imbarbarimento dell’informazione» cagionata, par di capire, dall’attacco molto duro che Allam avrebbe riservato a due docenti universitari italiani.

Sul Corriere di ieri Pigi Battista, a tal proposito, si è chiesto: "Cosa mai possono concretamente sperare le (così dicono) «centinaia di firme» apposte a un documento che si scaglia contro un libro, quello di Magdi Allam?”. Documento che per di più non confuta nessuna delle tesi contenute in «Viva Israele», ma si limita semplicemente a bersagliarlo “per il solo fatto che esiste” e ad attaccare “il suo autore perché accusato di «tifare» per le ragioni di Israele (e se anche fosse, dov’è il reato, o il peccato?) e per giunta firmato “in gruppo credendo di rafforzare la loro credibilità con il numero delle adesioni e non con la vis persuasiva di un argomento”. “Forse – continua Battista – si vuole indurre l’autore ad abiurare? L’editore a ritirare il volume? I librai a disfarsene?A dichiarare fuori legge un saggio per aver violato chissà quale articolo del codice penale? Oppure, come è più probabile ma non meno inquietante, a rinchiudere il bersaglio di tanta ardente indignazione in un recinto infetto, fare terra bruciata attorno a lui, insomma a procurare un effetto intimidatorio su chi si è macchiato della grave colpa di aver scritto quel libro?

Anche Il Foglio - il cui direttore è uno che di queste querelle se ne intende – all’argomento vi ha dedicato un editoriale. In esso si legge: “Un appello di duecento intellettuali, pubblicato dal contenitore amatiano Reset, intende screditare Allam e il suo nobile lavoro di sradicamento della cultura della persecuzione dal nostro paese. Criticare un giornalista arabo che ha rotto con l’omertà tribale, venuto in Italia a denunciare l’infiltrazione fondamentalista nelle nostre moschee trasformate in centrali dell’odio, che scrive inni alla dignità della persona contro il negazionismo endemico che assedia come la peste una parte del mondo islamico, mettere in dubbio la sua apologia dell’occidente come destino di libertà, tutto questo è ovviamente lecito e ammissibile. Non lo è mostrificare Magdi Allam. Perché lui non è un analista qualunque, ma un pezzo importante di una guerra culturale che durerà decenni. Forse il gran censore Angelo D’Orsi pensava ad altro all’epoca, ma noi ci ricordiamo il trattamento in occidente dei dissidenti sovietici. E quest’appello ha tutto il sapore dell’umiliazione pubblica leninista”.

Da parte nostra, come Associazione SOL, a Magdi Allam non possiamo che confermare la nostra stima ed esprimergli tutta la nostra solidarietà, riconoscendogli il merito di essere stato l’unico che, pur non essendo né cristiano, né ebreo, ha avuto l’idea di promuovere una manifestazione in difesa della libertà religiosa di tutti noi e nel mondo.

Si invita chiunque volesse manifestare la propria solidarietà al vicedirettore ad personam del Corriere a scrivergli presso il suo forum: www.corriere.it/allam.

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martedì, 03 luglio 2007

Contro la persecuzione dei cristiani e per la libertà religiosa nel mondo

Arrestato lo scorso 5 giugno, per la nona volta dal 2004, mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo clandestino della chiesa cinese con venti anni di lager sulle spalle, è stato liberato 8 giorni fa. Contattato da AsiaNews ha accettato di farsi intervistare e di esprimere le impressioni che ha avute dopo una prima lettura della Lettera ai cattolici cinesi che il Papa ha appena fatto pubblicare.
Quella di mons. Jia Zhiguo, come si può ben comprendere, è un’autorevole e importante testimonianza su uno dei punti più controversi del rapporto tra Santa Sede e Cina, ma anche tra Santa Sede e tutti gli altri paesi dove la libertà religiosa, come diritto fondamentale da garantire ad ogni individuo in ogni luogo e condizione egli si trovi a vivere, viene spesso e volentieri violata in nome dell’ideologia.
Il vescovo sotterraneo di Zhengding si mostra speranzoso, ma allo stesso tempo pessimista circa gli effetti che la lettera di Benedetto XVI potrà avere sui fedeli cinesi. Non perché la lettera di Papa Ratzinger non sia chiara e ricca di contenuti, anzi “per coloro che vivono nella verità, nella giustizia, nella fedeltà alla propria fede rappresenta un grande incoraggiamento ed è una spinta decisiva a promuovere l’unità”, il vero problema di tutta la faccenda però è che il “mondo politico cinese – afferma Jia Zhiguo - non è cambiato quasi per nulla, usa ancora le stesse strategie dei tempi di Mao, cioè istiga e crea conflitti all’interno della Chiesa. Questo stile dura da 50 anni, da quando è stata fondata l’Associazione Patriottica (AP), e temo che la Lettera del Papa non potrà cambiare molto la situazione. È necessario un profondo cambiamento di mentalità nel governo e una maggiore apertura nel realizzare una vera libertà religiosa”.
Quando gli viene chiesto se la lettera del Papa riuscirà a far progredire la relazione fra la Chiesa ufficiale e la Chiesa sotterranea, mons. Jia Zhiguo risponde: “Il vero problema è superare e vincere tutta la pressione che viene dallo Stato. Diversi vescovi ufficiali hanno paura di comunicare in modo attivo con i vescovi sotterranei; manca spesso il coraggio, perché anche loro vivono in una situazione di stretto controllo. I loro telefoni, ad esempio, sono sempre controllati dal governo. Anche se sono riconosciuti dal governo, le loro mosse sono limitate: non possono fare quello che vogliono. Anche per noi vescovi sotterranei, non riconosciuti dal governo, ci sono problemi di comunicazione. È quasi impossibile farlo direttamente: io stesso vivo di continuo sotto controllo. Ma per loro vi è un controllo perfino maggiore. Si potrebbe dialogare in modo indiretto, via intermediari. Ma sappiamo che nessuno vuole “creare difficoltà” per il governo
In ogni caso e nonostante le mille difficoltà che si ritrovano a vivere “per i cattolici più decisi – continua mons. Jia Zhiguo - la lettera offre una via molto precisa. Su questo punto, l’insegnamento di Benedetto XVI continua quello di Giovanni Paolo II. Dobbiamo esercitare il nostro ministero e missione all’interno della comunione. Io continuo la mia missione senza paura, con l’incoraggiamento del Signore e con la guida del Papa. La strada che abbiamo percorso finora è quella giusta. Ora dobbiamo continuare. Il sostegno del Papa ci aiuta ad andare fino in fondo, anche se ci è chiesto di sacrificare la vita”.
La testimonianza di mons. Jia Zhiguo mette in evidenza come ancor oggi per i cristiani la libertà spesso è un bene da conquistare a caro prezzo. Quel che è peggio, comunque, è che il martirio al quale vengono sottoposti si perpetra tutti i giorni e in tutto il mondo, tra l’indifferenza generale e nonostante la retorica dei diritti individuali che quotidianamente da più fonti ci viene propinata.
Proprio queste considerazioni hanno spinto chi scrive ad aderire all’Appello e alla “Manifestazione nazionale contro l'esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, per la libertà religiosa nel mondo" promossi dal vicedirettore del Corriere della Sera, Magdi Allam.
La manifestazione, che si svolgerà domani alle ore 21.00 a Roma presso p.zza S.S. Apostoli, sarà anche occasione per lanciare “un vibrante appello per la liberazione di padre Giancarlo Bossi, il religioso cattolico italiano rapito nelle Filippine lo scorso 10 giugno e sulla cui sorte grava una vergognosa e inaccettabile cappa di silenzio e di indifferenza”.
All'appello e alla manifestazione è possibile aderire inviando una e-mail agli indirizzi info@salviamoicristiani.com o salviamoicristiani@gmail.com oppure telefonando al numero 338 7113421.
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martedì, 13 febbraio 2007

AUTODAFE': L'EUROPA, GLI EBREI E L'ANTISEMITISMO

Autodafé. L'Europa, gli ebrei e l'antisemitismoE' appena uscito in libreria, per i tipi "I Draghi" di Lindau, il libro "AUTODAFE': L'EUROPA, GLI EBREI E L'ANTISEMITISMO" scritto da Emanuele Ottolenghi

Auto da fe = dal portoghese «atto della fede»; 1786. In Spagna, durante l’Inquisizione, era la proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore seguita dall’abiura pubblica o dalla condanna dell’eretico, generalmente l’esecuzione sul rogo. Molti di coloro che perirono in Autodafé furono ebrei che si autoincolpavano pubblicamente e che affrontavano le fiamme purificatrici dei roghi inquisitori.

Quando si parla di antisemitismo oggi, il pensiero corre alle persecuzioni degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, sfociate nell’Olocausto. E il confronto con l’oggi porta a concludere che quel problema è stato sostanzialmente superato, o riemerge in forme episodiche e molto circoscritte.

Ma l’antisemitismo a sfondo razziale, così intimamente associato al nazismo, rappresentò un’aberrazione rispetto all’odio antiebraico che lo aveva preceduto.

Tutte le più vecchie forme di pregiudizio antiebraico avevano in realtà un altro elemento in comune: per gli antisemiti, gli ebrei avevano «un problema» (di natura religiosa o sociale, o socio-economica, o storica), che era parte della loro identità e che costituiva un ostacolo alla loro piena integrazione nella società. Essi avrebbero potuto «salvarsi» convertendosi, assimilandosi, o unendosi alle forze della rivoluzione. E, in effetti, in tutti quei casi in cui gli ebrei cedettero al doppio ricatto di minacce e lusinghe, ottennero non solo uguaglianza e integrazione, ma spesso alte cariche e importanti onorificenze.

L’antisemitismo attuale è una variante di questo vecchio pregiudizio: trova come scusa non un supposto tratto biologico malvagio, bensì un’opinione e un comportamento degli ebrei nei confronti d’Israele che è espressione prima di tutto della loro identità. Nel clima attuale, si assiste insomma all’emarginazione di ebrei filo-israeliani o a una crescente pressione su di loro perché abbandonino le loro posizioni su Israele e Medio Oriente e si conformino al paradigma dominante. Le loro opinioni trovano sempre meno spazio sui giornali europei ed è possibile che la narrativa storiografica revisionista che forma il nucleo accademico di delegittimazione d’Israele vinca la battaglia dei libri di testo negli atenei e trionfi sugli scaffali delle librerie (rendendo sempre più precaria tra le elite la posizione di Israele e degli ebrei che lo sostengono).

Esistono ancora oggi, si domanda dunque Emanuele Ottolenghi, ebrei «odiatori di se stessi»? Esistono intellettuali ebrei che vivono in Europa e che ancora si autodenunciano, fanno atto di costrizione e pubblicamente abiurano qualsiasi loro legame con Israele, al fine di essere socialmente «più accettabili»? Esiste un clima culturale dal quale ci si può attendere l’emarginazione di quegli ebrei filo-israeliani che decidano di non rinnegare le proprie origini, il proprio passato e il proprio popolo, cioè che scelgano di non compiere un moderno autodafé intellettuale, consumato non nelle fiamme ma nell’atto di abiura? Esiste infine un antisemitismo che si può descrivere come l’odio di se stessi che molti ebrei oggi provano a cagione di Israele?

Su questo aspetto del fenomeno mancava una trattazione sistematica e profonda.

Emanuele Ottolenghi, in questo suo primo libro, frutto di anni di ricerca e di discussioni, compie un atto coraggioso, e organizza la sua analisi del segno odierno e manifesto del pregiudizio, dell’odio antisemita, intorno alla centralità del ruolo degli «ebrei odiatori di se stessi» e del meccanismo di delegittimazione e demonizzazione d’Israele che essi stessi più o meno consapevolmente ingenerano, e di quegli ebrei che osano sostenerne e condividerne le ragioni se non addirittura il destino.

Nella prefazione scritta da Magdi Allam, si legge: «A Ottolenghi va il merito di averci offerto una documentazione oggettiva e obiettiva, con nomi e cognomi, citazioni testuali e analisi argomentate, su quella che è a mio avviso la tematica centrale della principale emergenza internazionale: la radice dell’odio nei confronti di Israele. Perché soltanto conoscendo questa realtà nella sua integralità e complessità, senza mistificazioni e ipocrisie, potremo insieme riscattarci dal baratro etico che ha finito per trasformare l’Europa nella roccaforte di quel “politicamente corretto” che ci sta consegnando ai nemici della libertà e della democrazia».

Insomma "AUTODAFE': L'EUROPA, GLI EBREI E L'ANTISEMITISMO"  (Edizioni Lindau, pagg. 382 – euro 24,00) è proprio uno di quei libri che, se si vuole sfuggire alla cappa ideologica che impera su certi argomenti, va assolutamente letto. 

postato da Wallace73 alle ore 23:01 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: libri, allam

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i sottoscritti firmatari chiedono che il giornalista Michele Santoro sia immediatamente rispedito a Strasburgo, e oltre.

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