di Ottavio Cappellani
Premetto. Sono snob. Sono radical. Sono, nei limiti, anche alquanto chic. Posso anche definirmi marxista, ma di quelli che hanno letto i testi, e sanno che Marx era un hegeliano e che il marxismo prevedeva una terza fase - quella della “sintesi” - in cui il potere avrebbe dovuto, alla fine, annientare se stesso. Eppure ho il terrore di vivere in un'Italia non berlusconiana.
In questi giorni, quando sento parlare di “ritorno a un'Italia normale”, provo una strana forma di paura, e questo perché so che cosa intendono per un'Italia “normale”: intendono quel Capitale che autodefinendosi “illuminato” (da che, da chi, da cosa?), pompa a dismisura l'immagine di un operaio serio, dignitoso, anche colto, ma totalmente inconsapevole della sua condizione di schiavo postmoderno: di schiavo senza sapere di esserlo.
In altre parole vedo un ritorno dei “padroni”, e la solita, vecchia fregatura di un Capitale fattosi così furbo da rivestire di sorti magnifiche e progressive lo sfruttamento di vite altrui, passate davanti a un bicchiere di pessimo vino su cerate a quadretti, mentre quello brinda sui panfili. L'antiberlusconismo è una manna dal cielo per questo repellente tipo di Capitale.
Al contrario, l'Italia “berlusconiana”, mi appare più schietta e “etica”, una versione nostrana del “sogno americano”, in cui scompaiono le pastoie legate alla “classe” di nascita, in cui chiunque può accarezzare - e persino vedere realizzata - l'idea di migliorare la propria condizione.
Certo, ci sono le derive. Ma così leggere e insignificanti, da ispirare quasi una sorta di tenerezza. Che rischio di “deriva” si corre nell'Italia berlusconiana? Quello di vedere una ragazza diventare un'ochetta, o un ragazzo diventare un tronista imbecille? Male proprio che vada può capitare di incontrare un macellaio che indossa un doppiopetto blu mentre si autodefinisce “imprenditore” (mi dispiace per i macellai, ma l'ho detto, sono snob).
Sono altre le “derive” che mi terrorizzano, le derive di un sistema in cui il Capitale pompa a forza la consapevolezza “politica” nella classe operaia, per giustificare non solo le differenze di reddito in atto, ma anche la mancanza della possibilità di un riscatto futuro.
Quali sono le derive di un sistema come questo? Lo dico con una parola sola: terrorismo.
L'Italia “normale”, che dovremmo avere da qui a un quinquennio, prospettata da Luca Cordero di Montezemolo (pupillo di Agnelli), fatta da imprenditori “illuminati e di sinistra”, come Carlo De Benedetti, mi puzza lontano un miglio di tentativo di Restaurazione. Come ho detto: mi puzza di “ritorno dei padroni”.
Chi non ha presente la tecnica del ricatto della Cassa Integrazione, e le nostre tasse utilizzate per salvare la Fiat? O l'epoca in cui i personal computer iniziarono a entrare nelle nostre case (i mitici 386), e nessuno si sarebbe mai sognato di comprare un pc Olivetti - facevano pressoché schifo, e avevano pure una specie di chiavetta che sembrava il bloccasterzo di un ciclomotore - mentre gli sportelli della pubblica amministrazione ne erano pieni?
Ma fosse questo, sarebbe niente. La preoccupazione che genera il mio terrore, è che la “coscienza di classe” sulla quale si fonda un sistema del genere, che ha imperversato negli anni Settanta, è un tentativo di fregare la gente con le parole, e che funziona sì, ma fino a un certo punto.
Fino al punto in cui, intorno a una cerata a quadretti, di fronte a un bicchiere di pessimo vino, a qualcuno non viene in mente, e d'improvviso, la verità: e se ci stessero fregando? E se questi imprenditori illuminati avessero fregato me, mio padre, mia madre, mia moglie, e si stessero apprestando a fregare anche i miei figli? Il problema dell'Italia “normale”, suggerita da Luca Cordero di Montezemolo, da Carlo De Benedetti, dalla stampa di sinistra (è una vergogna definirla tale), è un'Italia in cui un ritorno del terrorismo avrebbe una logica interna inoppugnabile. E' questo che mi terrorizza. Davvero, da qui a cinque anni, il paese è destinato a diventare la fotocopia degli “anni Settanta”? Con gli intellettuali sulle terrazze, il Capitale che li espone come oggetti d'arredamento, gli operai nelle taverne, e i sindacalisti corruttibili a fare da cuscinetto tra i poveri (chiamati, opportunamente, “lavoratori”) e il potere “consociato”?
Davvero da qui a cinque anni l'Italia si ricompatterà in una società a strati, a compartimenti stagni, nella quale, più a nessuno, sarà data la possibilità di inventarsi liberamente la propria vita, e in cui i “lavoratori” consegneranno la propria dignità, e il futuro dei loro figli, a un Capitale che ha del lavoro un'idea così schiavista? In questi giorni mi capita di avere due desideri. Il primo è che il Cavaliere faccia vedere a tutti di che pasta è fatto, e chi è il vero rivoluzionario, istituendo il “reddito minimo garantito”, che toglie paura, dona serenità, e libera grandi potenzialità creatrici. Il secondo desiderio è che Marina Berlusconi scenda in campo al piu' presto.
© Libero, 11 novembre 2009